La mattina dopo, uscita dal letto, si accorse che uno dei petali scuri le era rimasto su un seno. Staccatolo lo mise nella coppa di vetro come era scritto nella lettera. Al suo posto una macchia purpurea era rimasta sulla pelle, come un bacio rubato.
Aveva dormito proprio bene, un sonno profondo, rilassato, come da tanto non le succedeva.
A mente fresca provò a ripensare a chi potesse essere l'autore del gesto della sera precedente. L'unico indizio serio faceva supporre che fosse stato Thönet, ma da giorni nessuno l'aveva più visto e poi era un semplice stalliere, come poteva aver scritto quelle cose? Del resto però anche il libretto trovato nel fieno…
Non venendone a capo decise quindi di fare una passeggiata a cavallo per cui discese alle stalle.
Mastro Berlucco non c'era, quindi si diresse alle cantine e stava per aprirne la porta quando sentì dire: «Figliolo, devi prendere una decisione, non puoi continuare a vivere così, per di più nascosto… Capisco il tuo stato d'animo, le tue paure, ma rimanere qua sotto non servirà a niente. Prendi piuttosto e vai in un altro paese, il tempo ti aiuterà a dimenticare, troverai una brava figliola e metterai su famiglia e del castello avrai un ricordo sempre più vago».
«Mastro Berlucco, voi non capite… la mia vita non avrebbe senso lontano da lei, mentre qui le sarò sempre vicino e questo petalo mi farà ricordare la sua pelle, il suo odore e quando sentirò i suoi passi qui sopra, nella stalla, il mio cuore batterà al loro ritmo. Qui tutto mi parla di lei, queste mura che l'hanno vista crescere, che si sono rimbalzate il suono della sua voce, che hanno visto i corridoi risplendere per il suo sorriso…».
«Ma ti rendi conto che fra poco si sposerà, forse andrà a vivere in un altro castello, che non puoi rinunciare alla tua vita per seguire un sogno, che Violet…». Mastro Berlucco si fermò a metà frase, Violet era entrata silenziosamente e si trovava di fronte a lui.
Altre volte aveva visto quello sguardo negli occhi di una donna, ma mai con quella intensità. Si girò verso Thönet, in piedi anche lui attonito, quasi stregato dalla presenza della giovane e, dirigendosi verso la porta disse: «Vi lascio soli, credo che abbiate diverse cose da dirvi…».
lunedì 23 marzo 2009
domenica 22 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 20
Indubbiamente in quei giorni di cose strane ne succedevano parecchie e si andavano a sommare alla "macchina da guerra" mossa dalla madre di Violet per organizzare il matrimonio di lì a tre mesi. Per altro la giovane era sempre riuscita ad evitare di pronunciare il sì definitivo, anche se tutti parevano darlo per scontato.
Thönet sembrava definitivamente scomparso chissà dove.
Una sera, dopo aver congedato la sua cameriera personale, Violet sollevò il lenzuolo per entrare nel letto e… non riusciva a credere ai suoi occhi! Il letto era letteralmente cosparso di petali di rosa, di un colore fucsia pastello e nel mezzo, altri petali di un rosso scuro con venature quasi nere, formavano una V e una T incrociate. A fatica richiuse la bocca rimasta aperta per qualche secondo e cominciò a fare supposizioni su chi avesse potuto fare una cosa del genere. Gli appartamenti non erano certo sorvegliati, ma anche solo portare tutti quei petali nella camera e poi sistemarli in quel modo… Nessuno della servitù avrebbe osato e neppure aver potuto pensare una cosa del genere. I cavalieri erano tornati ai rispettivi castelli, compreso il promesso sposo. Kemal, l'aveva vista nascere e poi era sempre più spesso impegnato con la cuoca con quelle storie di falchi, cerbiatte e giunchi vari. Ancora non era giunta a nessuna conclusione plausibile quando scorse un foglio ripiegato uscire da sotto il cuscino. Lentamente, senza far cadere i petali, lo prese e si mise a leggerlo:
«Ho baciato ognuno di questi petali sui due lati, nella speranza che il Vostro corpo vi si stenda sopra così che io possa in questo modo percorrerlo con le mie labbra. Al mattino vogliate prenderne uno e metterlo nella coppa di vetro che è sul tavolo della Vostra camera. Quando lo avrò, il profumo della Vostra pelle che lo avrà impregnato durante la notte, mi ripagherà della sofferenza di non poterVi stare vicino come vorrei.»
Nessuna firma, solo quella T di petali rossi incrociata con la sua iniziale.
Come ipnotizzata Violet posò il foglio sul tavolo e lasciò cadere la veste ai suoi piedi. Quindi si sdraiò sopra quel morbido tappeto e si addormentò all'istante come sotto le carezze dello sconosciuto amante.
Thönet sembrava definitivamente scomparso chissà dove.
Una sera, dopo aver congedato la sua cameriera personale, Violet sollevò il lenzuolo per entrare nel letto e… non riusciva a credere ai suoi occhi! Il letto era letteralmente cosparso di petali di rosa, di un colore fucsia pastello e nel mezzo, altri petali di un rosso scuro con venature quasi nere, formavano una V e una T incrociate. A fatica richiuse la bocca rimasta aperta per qualche secondo e cominciò a fare supposizioni su chi avesse potuto fare una cosa del genere. Gli appartamenti non erano certo sorvegliati, ma anche solo portare tutti quei petali nella camera e poi sistemarli in quel modo… Nessuno della servitù avrebbe osato e neppure aver potuto pensare una cosa del genere. I cavalieri erano tornati ai rispettivi castelli, compreso il promesso sposo. Kemal, l'aveva vista nascere e poi era sempre più spesso impegnato con la cuoca con quelle storie di falchi, cerbiatte e giunchi vari. Ancora non era giunta a nessuna conclusione plausibile quando scorse un foglio ripiegato uscire da sotto il cuscino. Lentamente, senza far cadere i petali, lo prese e si mise a leggerlo:
«Ho baciato ognuno di questi petali sui due lati, nella speranza che il Vostro corpo vi si stenda sopra così che io possa in questo modo percorrerlo con le mie labbra. Al mattino vogliate prenderne uno e metterlo nella coppa di vetro che è sul tavolo della Vostra camera. Quando lo avrò, il profumo della Vostra pelle che lo avrà impregnato durante la notte, mi ripagherà della sofferenza di non poterVi stare vicino come vorrei.»
Nessuna firma, solo quella T di petali rossi incrociata con la sua iniziale.
Come ipnotizzata Violet posò il foglio sul tavolo e lasciò cadere la veste ai suoi piedi. Quindi si sdraiò sopra quel morbido tappeto e si addormentò all'istante come sotto le carezze dello sconosciuto amante.
sabato 21 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 19
Gli occhi di Violet si spalancarono come non mai, non poteva credere alle sue orecchie! Del resto tutto era successo troppo in fretta: aveva dato il suo assenso al matrimonio, era stata sottoposta a quella passerella di pretendenti e si era ritrovata quel Gransaraccodinosocosa appiccicato addosso. Certo, poteva dire di no, aveva preso tempo con la scusa di essere particolarmente stanca per tutto quel viavai di cavalieri, ma non sarebbe stato così semplice. Ah, e poi c'era Thönet… Dov'era finito? Cioè, perché era così interessata, anzi, preoccupata per la sua sparizione?
Stava per entrare nelle sue stanze quando fu raggiunta dalla cuoca.
«Mia Siòra, so che me cercavate» disse facendo un mezzo inchino.
«Ah! Finalmente! Sì, alla buon'ora, entra, su…».
Chiusa la porta Violet le fece cenno di sedersi.
«Su, siediti, che ho bisogno di chiederti alcune cose…».
«Se è per el pastisso de quaglie in salsa de mirtilli e besciamella ai funghi su letto di asparagi che x'era poco cremosa, ecco, io…».
«Ma di che stai parlando? Nonò, ecco, se ti ricordi l'altra mattina, quando sono entrata da Kemal… che tu… cioè voi… ma piucchealtro tu… insomma… volevo sapere… lui era… no, anzi tu stavi…».
«Ahhhh! Quelo? El g'ho impara' quando che lavoravo alla Taverna del Porcello Soddisfatto, x'era la specialità di Samantha Linguafelpata, Samantha con l'acca dopo la 'a', come puntualizzava ela, senza però specificare quale. E cossì qualcuno la ciamava Shamanta e lei se 'rabiava de brutto! Ahahahah!!!».
«Sì, ma lascia stare Samanthaconl'accadovelepare e dimmi piuttosto come… cosa… insomma…».
«Beh, dunque, g'ha presente 'l giunco che se protende verso la cerbiatta all'abbeverata?».
Un po' interdetta Violet rispose «Sì, certo…».
«E'l falco che ruota scendendo in cerchi sempre più stretti su la volpe che fugge?».
«Ehmmmmm… immagino di sì…».
«Ecco, alora, mia signora, deve pensar alla volpe che si appoggia al giunco facendo i movimenti del falco e dela cerbiatta che se sta 'beverando ma alternando la velocità del picchio al ruminar de 'na vaca».
«Ma cosa c'entrano adesso il picchio e la mucca? In camera non c'era nemmeno una volpe, almeno che abbia visto io!».
«Per el sacro prepuzio di Onan! Ma tosa mia, to mare non ti g'ha deto nula? Possibile che alla toa età non sappia far rialzare un giunco sul far dell'alba dopo che la cerbiatta xè abbeverata tre volte? E poi me vien a chiedar de spiegarte il "chétalamònaca festoso rovesciato"??? Ahahahah!!!».
Violet impallidì. Una semplice cuoca le stava dando di ignorante, rideva come una matta e lei non sapeva nemmeno di cosa stesse parlando…
Stava per entrare nelle sue stanze quando fu raggiunta dalla cuoca.
«Mia Siòra, so che me cercavate» disse facendo un mezzo inchino.
«Ah! Finalmente! Sì, alla buon'ora, entra, su…».
Chiusa la porta Violet le fece cenno di sedersi.
«Su, siediti, che ho bisogno di chiederti alcune cose…».
«Se è per el pastisso de quaglie in salsa de mirtilli e besciamella ai funghi su letto di asparagi che x'era poco cremosa, ecco, io…».
«Ma di che stai parlando? Nonò, ecco, se ti ricordi l'altra mattina, quando sono entrata da Kemal… che tu… cioè voi… ma piucchealtro tu… insomma… volevo sapere… lui era… no, anzi tu stavi…».
«Ahhhh! Quelo? El g'ho impara' quando che lavoravo alla Taverna del Porcello Soddisfatto, x'era la specialità di Samantha Linguafelpata, Samantha con l'acca dopo la 'a', come puntualizzava ela, senza però specificare quale. E cossì qualcuno la ciamava Shamanta e lei se 'rabiava de brutto! Ahahahah!!!».
«Sì, ma lascia stare Samanthaconl'accadovelepare e dimmi piuttosto come… cosa… insomma…».
«Beh, dunque, g'ha presente 'l giunco che se protende verso la cerbiatta all'abbeverata?».
Un po' interdetta Violet rispose «Sì, certo…».
«E'l falco che ruota scendendo in cerchi sempre più stretti su la volpe che fugge?».
«Ehmmmmm… immagino di sì…».
«Ecco, alora, mia signora, deve pensar alla volpe che si appoggia al giunco facendo i movimenti del falco e dela cerbiatta che se sta 'beverando ma alternando la velocità del picchio al ruminar de 'na vaca».
«Ma cosa c'entrano adesso il picchio e la mucca? In camera non c'era nemmeno una volpe, almeno che abbia visto io!».
«Per el sacro prepuzio di Onan! Ma tosa mia, to mare non ti g'ha deto nula? Possibile che alla toa età non sappia far rialzare un giunco sul far dell'alba dopo che la cerbiatta xè abbeverata tre volte? E poi me vien a chiedar de spiegarte il "chétalamònaca festoso rovesciato"??? Ahahahah!!!».
Violet impallidì. Una semplice cuoca le stava dando di ignorante, rideva come una matta e lei non sapeva nemmeno di cosa stesse parlando…
venerdì 20 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 18
La mattina dopo i genitori chiamarono Violet per proporgli il candidato alla sua mano che avevano ritenuto più valido fra i tanti presentatisi.
La scelta era ricaduta sul duca Ruperto Venceslao Molibdeno dei Principi di Duodeno Superiore, Gran Saracco di Serendipia, Lampredotto di Gran Croce dell'Ordine delle Mondine dell'Oltreboh-Rondò, nonché Primo Giudice nel concorso annuale di Miss Natica, passo obbligato per le damigelle che volessero pertecipare al più importante Ciapèt d'Or che ha notoriamente un rilievo internazionale.
Egli era un uomo né brutto né bello di mezza età. Alto, capelli brizzolati, fisico che dimostrava ancora una certa confidenza con l'attività fisica e trascorsi invidiabili nella lotta a mignolo di ferro.
I suoi possedimenti erano vasti quanto tre giornate a cavallo. O per lo meno se quest'ultimo era zoppo, perché dopo anni di scaramucce e battaglie legali non era ancora riuscito ad annettersi un bosco che terminava alle pendici del monte Spuntato, così chiamato non perché consumato nel corso delle ere geologiche ma perché il giorno prima al suo posto c'era una palude.
Il duca Ruperto avrebbe sicuramente mantenuto il livello di agio a cui era abituata Violet e il suo animo tranquillo le avrebbe probabilmente evitato una vedovanza anticipata, ma nello stesso tempo faceva venire qualche dubbio sulla possibilità di generare un erede per le casate riunite: il suo soprannome era infatti ser Sbadiglio.
La scelta era ricaduta sul duca Ruperto Venceslao Molibdeno dei Principi di Duodeno Superiore, Gran Saracco di Serendipia, Lampredotto di Gran Croce dell'Ordine delle Mondine dell'Oltreboh-Rondò, nonché Primo Giudice nel concorso annuale di Miss Natica, passo obbligato per le damigelle che volessero pertecipare al più importante Ciapèt d'Or che ha notoriamente un rilievo internazionale.
Egli era un uomo né brutto né bello di mezza età. Alto, capelli brizzolati, fisico che dimostrava ancora una certa confidenza con l'attività fisica e trascorsi invidiabili nella lotta a mignolo di ferro.
I suoi possedimenti erano vasti quanto tre giornate a cavallo. O per lo meno se quest'ultimo era zoppo, perché dopo anni di scaramucce e battaglie legali non era ancora riuscito ad annettersi un bosco che terminava alle pendici del monte Spuntato, così chiamato non perché consumato nel corso delle ere geologiche ma perché il giorno prima al suo posto c'era una palude.
Il duca Ruperto avrebbe sicuramente mantenuto il livello di agio a cui era abituata Violet e il suo animo tranquillo le avrebbe probabilmente evitato una vedovanza anticipata, ma nello stesso tempo faceva venire qualche dubbio sulla possibilità di generare un erede per le casate riunite: il suo soprannome era infatti ser Sbadiglio.
giovedì 19 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 17*
I giorni passavano tutti uguali per Violet, i cavalieri si presentavano nelle loro più o meno sfavillanti armature, dichiaravano di voler servire e proteggere la contessina e il suo casato fino e oltre la morte, quindi il gran baccelliere, che spesso era un servo rivestito per la bisogna alla meno peggio, dichiarava i possedimenti e le rendite del nobile. Un profluvio di nomi, castelli, fattorie, un'interminabile sequela di armenti, cubiti di legname, ettari di pascolo e boschi, passò inascoltato attraverso le orecchie di Violet, seduta sempre più scompostamente fra i genitori e con lo sguardo immerso in pensieri che non conosceva.
Spesso si era preoccupata per una febbre del suo cavallo, per un'indisposizione di uno dei segugi del castello, mai però si era soffermata su una qualche sofferenza o tanto meno sulle vicende personali di alcuno dei servi o delle cameriere. Da oltre una settimana però Thönet era scomparso. Almeno una volta al giorno era scesa alle stalle con la scusa di fare una cavalcata o di controllare il suo destriero, ma del giovane non c'era traccia e nemmeno mastro Berlucco, ormai costretto ad un duplice lavoro che lo stava uccidendo, pareva saperne nulla.
La mattina del decimo giorno, mentre stringeva il sottopancia della sella, scorse quello che poi si rivelò un libretto sbucare da un mucchio di fieno. Incuriosita lo estrasse e lo ripulì velocemente con le mani. La copertina era di morbidissima pelle e un nastro di seta viola lo chiudeva con un fiocco. Una volta aperto le si bloccò il respiro: il suo nome riempiva la prima pagina, infiorato di ghirigori pazienti che solo una mano esercitata avrebbe potuto tracciare. Disegni di strane piante, animali dei più fantastici e uccelli di ogni tipo si intrecciavano fondendo il tutto in un'unica miniatura. Non sapendo più che cosa aspettarsi girò il foglio e trovò quelli che sembravano appunti, cancellature, file di parole sparse e due sequenze di tre righe evidenziate da due cerchiature.
La prima era:
La seconda, non meno oscura:
Spesso si era preoccupata per una febbre del suo cavallo, per un'indisposizione di uno dei segugi del castello, mai però si era soffermata su una qualche sofferenza o tanto meno sulle vicende personali di alcuno dei servi o delle cameriere. Da oltre una settimana però Thönet era scomparso. Almeno una volta al giorno era scesa alle stalle con la scusa di fare una cavalcata o di controllare il suo destriero, ma del giovane non c'era traccia e nemmeno mastro Berlucco, ormai costretto ad un duplice lavoro che lo stava uccidendo, pareva saperne nulla.
La mattina del decimo giorno, mentre stringeva il sottopancia della sella, scorse quello che poi si rivelò un libretto sbucare da un mucchio di fieno. Incuriosita lo estrasse e lo ripulì velocemente con le mani. La copertina era di morbidissima pelle e un nastro di seta viola lo chiudeva con un fiocco. Una volta aperto le si bloccò il respiro: il suo nome riempiva la prima pagina, infiorato di ghirigori pazienti che solo una mano esercitata avrebbe potuto tracciare. Disegni di strane piante, animali dei più fantastici e uccelli di ogni tipo si intrecciavano fondendo il tutto in un'unica miniatura. Non sapendo più che cosa aspettarsi girò il foglio e trovò quelli che sembravano appunti, cancellature, file di parole sparse e due sequenze di tre righe evidenziate da due cerchiature.
La prima era:
Occhi di tigre,
sintonia di anima.
resa del cuore.
sintonia di anima.
resa del cuore.
La seconda, non meno oscura:
Inaspettata:
mi accende la mente,
il cuore cede.
*Le due composizioni sono in forma di haiku, sebbene storicamente la forma 5/7/5 sia stata istituzionalizzata successivamente agli eventi del racconto.
mi accende la mente,
il cuore cede.
*Le due composizioni sono in forma di haiku, sebbene storicamente la forma 5/7/5 sia stata istituzionalizzata successivamente agli eventi del racconto.
mercoledì 18 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 16
Ottone V detto il Lustro, così nominato per l'assoluta calvizie, seguì a Erbengario IV di Peperlizia, contea rinomata per la varietà di ortaggi dal sapore acuto. Quindi fu la volta di Liutprando Farolfo di Voltate in Brianza, Gran Cavaliere del Supremo Ordine dei Custodi del Segreto della Chiave del Forziere del Mistero delle Mura del Tempio di Gerusalemme.
Va subito detto che non tutti i cavalieri erano aitanti giovani dalle lucenti armature arabescate e dai sostanziosi patrimoni familiari, al contrario, la gran parte di essi aveva ormai superato la mezza età e spesso emanava anche aromi tali da far scappare i servi meno avveduti in preda a conati violenti. La stessa madre di Violet, allorquando il duca Warfremio Liebig-Knorr, meglio noto come il Gran Glutammato, fece svolazzare il mantello girandosi per uscire, ebbe un mancamento dovuto ai miasmi di cipolla, carote e sedano emanati dal tessuto.
Ultimo, sul far del tramonto, fu Rupertomaria LXXVIII, barone di Roccafranata, detto il Sansnick perché essendo di famiglia numerosa i parenti non avevano trovato alcun soprannome che non fosse già stato dato ad altri.
Stanchi per la giornata Violet e i suoi genitori consumarono una veloce cena e si ritirarono nei loro appartamenti.
Violet una volta a letto cominciò a rigirarsi nervosamente in preda ai pensieri. Non era riuscita a parlare con la cuoca e Thönet era scomparso, tanto che i cavalieri che arrivavano al castello furono ricevuti di malavoglia da mastro Berlucco, l'unico che avesse una certa dimestichezza con i palafreni da condurre nella stalla.
Già, ma la domanda a cui non riusciva a dare risposta era «Perché anche durante la sfilata dei pretendenti aveva pensato quasi soltanto allo stalliere?».
Thönet intanto era stato chiuso a chiave dal cantiniere per evitare che facesse guai mentre era ubriaco fradicio. Lasciato solo aveva spostato decine e decine di bottiglie della riserva del castello in modo tale che quelle di vino rosso creassero come dei vuoti e le altre, più chiare formassero una parola in negativo per tutta la grandezza della parete della cantina: VIOLET.
Una volta finito si era addormentato e ora la stava sognando: Violet era rientrata da una cavalcata e lui per agevolarle la discesa dall'arcione le aveva fatto poggiare un piede fra le sue mani. Avvolto da un profumo di biancospino, cannella e noce moscata aveva preso a baciarlo. Le labbra erano quindi scivolate lungo la sottile caviglia e sembravano voler insistere sullo stesso punto come la risacca quando attende che la luna ordini alla marea di spingersi oltre ma…
Il verso di una civetta fattasi molto vicina alla finestra svegliò Violet di soprassalto. Il respiro vagamente accelerato, le dita che indugiavano con i bordi della veste da notte tirata stranamente su. Cosa stava sognando? Era convinta che fosse qualcosa di piacevole, ma per quanto si sforzasse di ricordare non riusciva che a vedere per un attimo la stalla, poi più nulla.
Va subito detto che non tutti i cavalieri erano aitanti giovani dalle lucenti armature arabescate e dai sostanziosi patrimoni familiari, al contrario, la gran parte di essi aveva ormai superato la mezza età e spesso emanava anche aromi tali da far scappare i servi meno avveduti in preda a conati violenti. La stessa madre di Violet, allorquando il duca Warfremio Liebig-Knorr, meglio noto come il Gran Glutammato, fece svolazzare il mantello girandosi per uscire, ebbe un mancamento dovuto ai miasmi di cipolla, carote e sedano emanati dal tessuto.
Ultimo, sul far del tramonto, fu Rupertomaria LXXVIII, barone di Roccafranata, detto il Sansnick perché essendo di famiglia numerosa i parenti non avevano trovato alcun soprannome che non fosse già stato dato ad altri.
Stanchi per la giornata Violet e i suoi genitori consumarono una veloce cena e si ritirarono nei loro appartamenti.
Violet una volta a letto cominciò a rigirarsi nervosamente in preda ai pensieri. Non era riuscita a parlare con la cuoca e Thönet era scomparso, tanto che i cavalieri che arrivavano al castello furono ricevuti di malavoglia da mastro Berlucco, l'unico che avesse una certa dimestichezza con i palafreni da condurre nella stalla.
Già, ma la domanda a cui non riusciva a dare risposta era «Perché anche durante la sfilata dei pretendenti aveva pensato quasi soltanto allo stalliere?».
Thönet intanto era stato chiuso a chiave dal cantiniere per evitare che facesse guai mentre era ubriaco fradicio. Lasciato solo aveva spostato decine e decine di bottiglie della riserva del castello in modo tale che quelle di vino rosso creassero come dei vuoti e le altre, più chiare formassero una parola in negativo per tutta la grandezza della parete della cantina: VIOLET.
Una volta finito si era addormentato e ora la stava sognando: Violet era rientrata da una cavalcata e lui per agevolarle la discesa dall'arcione le aveva fatto poggiare un piede fra le sue mani. Avvolto da un profumo di biancospino, cannella e noce moscata aveva preso a baciarlo. Le labbra erano quindi scivolate lungo la sottile caviglia e sembravano voler insistere sullo stesso punto come la risacca quando attende che la luna ordini alla marea di spingersi oltre ma…
Il verso di una civetta fattasi molto vicina alla finestra svegliò Violet di soprassalto. Il respiro vagamente accelerato, le dita che indugiavano con i bordi della veste da notte tirata stranamente su. Cosa stava sognando? Era convinta che fosse qualcosa di piacevole, ma per quanto si sforzasse di ricordare non riusciva che a vedere per un attimo la stalla, poi più nulla.
martedì 17 marzo 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 15
Avvisata da una cameriera che i suoi genitori l'attendevano nel salone dei ricevimenti, Violet s'incamminò per i corridoi. «Thönet… cosa c'entra Thönet… per il gaudente Orifix! che mi sarà venuto in mente di nominarlo davanti a Kemal e alla cuoca? Thönet…».
«Thönet? Come dite, mia Signora?»
«Niente niente… A proposito, dov'è…?»
«…Chi…?»
«Ma Thöet! NOOO! Volevo dire appena vedi la cuoca dille di venire da me che devo chiederle una certa cosa…».
“Comunque Thönet lo stiamo cercando da tutta la mattina, mia Signora, sembra scomparso…».
«Come scomparso? Proprio ora che… sì, cioè, dopo che avrò parlato con i miei volevo farmi cavalc… farmi una cavalcata… mi sento un po' agitata da ieri notte…».
Già, dov'era finto Thönet, non era forse ridisceso verso le stalle? In effetti quella era la sua intenzione, ma, come abbiamo potuto vedere, il giovane era un po' distratto, per non dire proprio perso, dietro quell'unico, nuovo pensiero. Fu così che una volta arrivato al piano terreno, invece di uscire nel cortile proseguì fin giù nelle cantine dove trovò mastro Berlucco intento a selezionare i vini per il pranzo. Visto lo stalliere in quelle condizioni cercò di fargli raccontare cosa lo preoccupasse, ma ottenne in risposta solo mezze frasi sconnesse e l'unica cosa che capì con chiarezza fu "Violet". Da uomo navigato quale egli era e conoscendo bene la bellezza luminosa della ragazza, non gli ci volle molto per capire quale fosse il male del giovane e come cura cominciò a fargli assaggiare un mezzo bicchiere di rosso di una vecchia riserva. E poi un altro, e poi un altro…
Nel frattempo la contessina entrava nel salone proprio mentre veniva annunciata la duchessa Margaretha Dusten-Ciffen vedova von Lisoform che accompagnava suo figlio Bertrandugo Wolfangandrea III detto Biscottino, soprannome che mandava sua madre su tutte le furie e faceva scoppiare in grandi risate tutti quelli che lavoravano al loro castello: era cominciata la sfilata di presentazione dei pretendenti la mano di Violet…
«Thönet? Come dite, mia Signora?»
«Niente niente… A proposito, dov'è…?»
«…Chi…?»
«Ma Thöet! NOOO! Volevo dire appena vedi la cuoca dille di venire da me che devo chiederle una certa cosa…».
“Comunque Thönet lo stiamo cercando da tutta la mattina, mia Signora, sembra scomparso…».
«Come scomparso? Proprio ora che… sì, cioè, dopo che avrò parlato con i miei volevo farmi cavalc… farmi una cavalcata… mi sento un po' agitata da ieri notte…».
Già, dov'era finto Thönet, non era forse ridisceso verso le stalle? In effetti quella era la sua intenzione, ma, come abbiamo potuto vedere, il giovane era un po' distratto, per non dire proprio perso, dietro quell'unico, nuovo pensiero. Fu così che una volta arrivato al piano terreno, invece di uscire nel cortile proseguì fin giù nelle cantine dove trovò mastro Berlucco intento a selezionare i vini per il pranzo. Visto lo stalliere in quelle condizioni cercò di fargli raccontare cosa lo preoccupasse, ma ottenne in risposta solo mezze frasi sconnesse e l'unica cosa che capì con chiarezza fu "Violet". Da uomo navigato quale egli era e conoscendo bene la bellezza luminosa della ragazza, non gli ci volle molto per capire quale fosse il male del giovane e come cura cominciò a fargli assaggiare un mezzo bicchiere di rosso di una vecchia riserva. E poi un altro, e poi un altro…
Nel frattempo la contessina entrava nel salone proprio mentre veniva annunciata la duchessa Margaretha Dusten-Ciffen vedova von Lisoform che accompagnava suo figlio Bertrandugo Wolfangandrea III detto Biscottino, soprannome che mandava sua madre su tutte le furie e faceva scoppiare in grandi risate tutti quelli che lavoravano al loro castello: era cominciata la sfilata di presentazione dei pretendenti la mano di Violet…
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