Anche mastro Berlucco si distinse vincendo un titolo nella specialità Doppio malto alla spina, riuscendo a bere 18 pinte direttamente dalla botte stando sdraiato su una panca.
Kemal dal canto suo disquisiva con saggi e precettori delle varie contee di questioni filosofiche e teologiche. Dal tempo della riforma del gaudente Orifix la diatriba principale era "libet quod non licet aut licet quod libet?". Nei secoli si erano formate tre scuole di pensiero: la principale, sostenuta dal noto filosofo Pirottino il Bavoso da Porcate sul Reno, sosteneva che "licet quod libet inter aliis qui libet quod licet sentiis aliquorum inter omnes pro patria morituri". I suoi detrattori sostenevano che il Bavoso non sapeva il latino e che la tesi era stata enunciata in evidente stato di alterazione alcolica e se il filosofo aveva così largo seguito era solo per l'ignoranza della gente nei riguardi dell'antica lingua e perché per sostenere quanto diceva offriva sempre da bere a tutti.
Una seconda interpretazione era quella dei territori orientali secondo cui "libet et licet in moenia tua, ignoranti proximi", essenziale nell'esposizione del dotto Sifàm-anon-Sedìc, che raccolse le sue teorie in diciotto volumi finemente illustrati, stranamente catalogati ormai fra la letteratura erotica invece che fra le teorie filosofiche.
La più recente scuola sosteneva "utcumque ponere budellum memento", tesi divulgata da Scrotino il Lanoso da Stoccolma, che però fu presto incarcerato con l'accusa di circonvenzione di minorenne e atti di libidine violenta su un cavedano.
Milady, nonostante un occhio nero rimediato nella rissa con Violet, non perdeva occasione per far toccare a Thönet un altro ricordo della discussione con la rivale, una cicatrice sul seno che assicurava essere dolorosissima. Il giovane marchese, imbarazzato, balbettava delle scuse per allontanarsi il prima possibile.
Necario, attraverso le sue guardie sguinzagliate per ogni dove, non si perdeva niente di quello che succedeva fuori e dentro il castello.
martedì 7 aprile 2009
lunedì 6 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 35
Finalmente il torneo ebbe inizio. Sulla spianata davanti al castello tutto era pronto, il palco per la famiglia di Violet e per i rappresentanti delle varie casate era addossato alle mura.
La prima giornata fu interamente occupata dalla sfilata dei cavalieri. Da ogni parte dell'Impero erano accorsi per raccogliere gloria e per intessere legami politici ed economici con promesse di matrimonio e patti di ogni genere. Le spie approfittavano per ordire trame, carpire segreti e studiare le alleanze che si stringevano. L'impero era saldo, le frontiere erano sicure come da secoli non succedeva, ma i nobili non perdevano occasione per avvicinarsi al trono ed aumentare il loro potere.
La cerimonia di apertura evocò con danze e rappresentazioni la nascita e l'infanzia di Violet, terminando con la liberazione di 1969 colombe tinte di viola che, senza un apparente comando, formarono un gigantesco cuore nel cielo.
Il secondo giorno vide scendere in campo i cavalieri delle casate minori, in lizza per il titolo della specialità Lampredotto al cioccolato in salsa di maionese. Ruthenio di Kole, conte di Sterolo e Colonnata sbaragliò i rivali come nei precedenti tre tornei.
La gara di tiro dell'arco era riservata ai primi otto eliminati dalle selezioni di tiro con l'arco. Dopo un emozionante confronto prevalse lord Ushito-di-te-Stha, dei lontani territori orientali.
Non mancarono sorprese: il conte Plotterino di Epsonia fu squalificato dalla gara di Storia e simbologia degli emblemi e delle armi delle famiglie dell'impero per aver fatto uso di un composto di tapioca e salsapariglia per facilitare la memoria.
Thönet continuava gli allenamenti. Violet era tenuta lontana da lui dalle continue cerimonie, prove e ricevimenti vari.
La prima giornata fu interamente occupata dalla sfilata dei cavalieri. Da ogni parte dell'Impero erano accorsi per raccogliere gloria e per intessere legami politici ed economici con promesse di matrimonio e patti di ogni genere. Le spie approfittavano per ordire trame, carpire segreti e studiare le alleanze che si stringevano. L'impero era saldo, le frontiere erano sicure come da secoli non succedeva, ma i nobili non perdevano occasione per avvicinarsi al trono ed aumentare il loro potere.
La cerimonia di apertura evocò con danze e rappresentazioni la nascita e l'infanzia di Violet, terminando con la liberazione di 1969 colombe tinte di viola che, senza un apparente comando, formarono un gigantesco cuore nel cielo.
Il secondo giorno vide scendere in campo i cavalieri delle casate minori, in lizza per il titolo della specialità Lampredotto al cioccolato in salsa di maionese. Ruthenio di Kole, conte di Sterolo e Colonnata sbaragliò i rivali come nei precedenti tre tornei.
La gara di tiro dell'arco era riservata ai primi otto eliminati dalle selezioni di tiro con l'arco. Dopo un emozionante confronto prevalse lord Ushito-di-te-Stha, dei lontani territori orientali.
Non mancarono sorprese: il conte Plotterino di Epsonia fu squalificato dalla gara di Storia e simbologia degli emblemi e delle armi delle famiglie dell'impero per aver fatto uso di un composto di tapioca e salsapariglia per facilitare la memoria.
Thönet continuava gli allenamenti. Violet era tenuta lontana da lui dalle continue cerimonie, prove e ricevimenti vari.
domenica 5 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 34
I giorni successivi servirono per organizzare il torneo e accogliere i cavalieri che giungevano al castello per parteciparvi e si sistemavano con le tende fuori dalle mura con il loro seguito.
Fra i tanti convenuti vi era anche Clarette Phedre, Principessa del Sangue, Milady di Tushà, fin dalla gioventù amica di Thönet, di cui era segretamente innamorata. Suo padre era riuscito a sconfiggere gli usurpatori del marchesato di Floràns e, se non a riportare in vita il padre del giovane, se non altro a ristabilirne l'onore e a restituire il casato a chi ne aveva diritto. Clarette era arrivata al castello con l'intenzione di riprendersi l'amato bene, fidando nella sua indubitabile bellezza, nel fisico tornito che non mancava di mettere in mostra e del suo carattere allegro e sottilmente perverso che aveva fatto perdere la testa già a numerosi cavalieri.
In breve si vennero a creare delle situazioni al limite del comico: una mattina Thönet era nel cortile per allenarsi nel combattimento con la spada con un altro cavaliere. In un momento di pausa i due si stavano rinfrescando e Clarette stava sfoderando il suo classico repertorio di moine intorno a Thönet, quando Violet giunse per un rapido saluto al suo campione.
«Vedo che non avete mai nulla da fare, Milady, avete affaticato inutilmente il vostro cavallo per arrivare qua, mentre avreste potuto tranquillamente farlo anche fra una settimana… o mai…».
«Voi, piuttosto, perché non siete a rammendare il vestito di nozze? Dopo tanti anni nella cassapanca sarà tarlato…».
«Tanti anni? Se qui c'è una zitella sei tu, che hai due anni più di me!».
«Zitella io? Mi basta schioccare le dita per vedere cavalieri uccidersi per la mia mano, non ho bisogno di fingermi stregata per giacere con qualcuno…».
«Sottospecie di corpivendola vestita a festa! Ritira quello cha hai detto!».
«Gattamorta di una ninfomane!».
Dalle parole ai fatti il passo fu breve, le due presero le spade ai cavalieri e cominciarono a menarsi fendenti. Per fortuna che quelle da allenamento non hanno il filo, ma le dame finirono ugualmente per riempirsi di lividi e per strapparsi vicendevolmente le vesti. Intorno a loro si riunì un nutrito gruppo di cavalieri, servi e cameriere che le aizzavano con risate, fischi e grida varie, sottolineando sonoramente quando un brandello di tessuto esponeva zone di bianca pelle normalmente ben celate.
Thönet guardava confuso la scena incapace di reagire, non sapendo le parti di chi prendere e timoroso di ricevere qualche colpo per sbaglio.
Finalmente la stanchezza prevalse e la cuoca ebbe agio di frapporsi loro per trascinare via Milady, incitando Kemal a prendersi cura di Violet.
Fra i tanti convenuti vi era anche Clarette Phedre, Principessa del Sangue, Milady di Tushà, fin dalla gioventù amica di Thönet, di cui era segretamente innamorata. Suo padre era riuscito a sconfiggere gli usurpatori del marchesato di Floràns e, se non a riportare in vita il padre del giovane, se non altro a ristabilirne l'onore e a restituire il casato a chi ne aveva diritto. Clarette era arrivata al castello con l'intenzione di riprendersi l'amato bene, fidando nella sua indubitabile bellezza, nel fisico tornito che non mancava di mettere in mostra e del suo carattere allegro e sottilmente perverso che aveva fatto perdere la testa già a numerosi cavalieri.
In breve si vennero a creare delle situazioni al limite del comico: una mattina Thönet era nel cortile per allenarsi nel combattimento con la spada con un altro cavaliere. In un momento di pausa i due si stavano rinfrescando e Clarette stava sfoderando il suo classico repertorio di moine intorno a Thönet, quando Violet giunse per un rapido saluto al suo campione.
«Vedo che non avete mai nulla da fare, Milady, avete affaticato inutilmente il vostro cavallo per arrivare qua, mentre avreste potuto tranquillamente farlo anche fra una settimana… o mai…».
«Voi, piuttosto, perché non siete a rammendare il vestito di nozze? Dopo tanti anni nella cassapanca sarà tarlato…».
«Tanti anni? Se qui c'è una zitella sei tu, che hai due anni più di me!».
«Zitella io? Mi basta schioccare le dita per vedere cavalieri uccidersi per la mia mano, non ho bisogno di fingermi stregata per giacere con qualcuno…».
«Sottospecie di corpivendola vestita a festa! Ritira quello cha hai detto!».
«Gattamorta di una ninfomane!».
Dalle parole ai fatti il passo fu breve, le due presero le spade ai cavalieri e cominciarono a menarsi fendenti. Per fortuna che quelle da allenamento non hanno il filo, ma le dame finirono ugualmente per riempirsi di lividi e per strapparsi vicendevolmente le vesti. Intorno a loro si riunì un nutrito gruppo di cavalieri, servi e cameriere che le aizzavano con risate, fischi e grida varie, sottolineando sonoramente quando un brandello di tessuto esponeva zone di bianca pelle normalmente ben celate.
Thönet guardava confuso la scena incapace di reagire, non sapendo le parti di chi prendere e timoroso di ricevere qualche colpo per sbaglio.
Finalmente la stanchezza prevalse e la cuoca ebbe agio di frapporsi loro per trascinare via Milady, incitando Kemal a prendersi cura di Violet.
sabato 4 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 33
Ciò detto avanzò nel silenzio del salone e, una volta davanti a Violet la baciò sulle labbra. Quindi la prese per mano e s'inginocchiò davanti ai suoi genitori: «La mia vita è al servizio di Vostra figlia, sarò il suo campione. In cambio, la sua mano.».
Nella sala scoppiò il caos, gli amici di Thönet urlavano e cantavano la loro gioia, i pochi sostenitori di Necario e del duca Ruperto rivendicavano invece l'applicazione di antiche leggi e tradizioni cavalleresche, alcune anche decadute in base agli accordi di Norimberga.
Dopo parecchie ore di caos fu stabilito che il marchese di Floràns, alias Thönet lo stalliere, avrebbe combattuto in torneo contro il rappresentante del duca Ruperto, Gunnar Lotario VII, detto Infamia delle Quindici Nazioni, nobile decaduto per l'abominio e l'abiezione delle sue azioni, sospettato organizzatore della notte di Omne pertugio aptus est, nonché Gran Sacerdote dei Figli di Obimini.
Per una settimana i cavalieri si sarebbero sfidati nei vari giochi, dai più lunghi tipo il Célomanca, suddiviso in più giornate, al rapido e senza pietà Tua la sòra, piccola macchia di disonore di numerose casate dell'Impero. Squadre selezionate si sarebbero confrontate al Tiro della fune ricoperta di allume o al Lancio della provola troppo stagionata, che invariabilmente finiva in rissa perché i giudici rifiutavano di avvicinarsi troppo per le misurazioni.
Nell'ultima giornata, Thönet e Gunnar, si sarebbero sfidati nel duello finale, un'unica regola: sopravvivere.
Nella sala scoppiò il caos, gli amici di Thönet urlavano e cantavano la loro gioia, i pochi sostenitori di Necario e del duca Ruperto rivendicavano invece l'applicazione di antiche leggi e tradizioni cavalleresche, alcune anche decadute in base agli accordi di Norimberga.
Dopo parecchie ore di caos fu stabilito che il marchese di Floràns, alias Thönet lo stalliere, avrebbe combattuto in torneo contro il rappresentante del duca Ruperto, Gunnar Lotario VII, detto Infamia delle Quindici Nazioni, nobile decaduto per l'abominio e l'abiezione delle sue azioni, sospettato organizzatore della notte di Omne pertugio aptus est, nonché Gran Sacerdote dei Figli di Obimini.
Per una settimana i cavalieri si sarebbero sfidati nei vari giochi, dai più lunghi tipo il Célomanca, suddiviso in più giornate, al rapido e senza pietà Tua la sòra, piccola macchia di disonore di numerose casate dell'Impero. Squadre selezionate si sarebbero confrontate al Tiro della fune ricoperta di allume o al Lancio della provola troppo stagionata, che invariabilmente finiva in rissa perché i giudici rifiutavano di avvicinarsi troppo per le misurazioni.
Nell'ultima giornata, Thönet e Gunnar, si sarebbero sfidati nel duello finale, un'unica regola: sopravvivere.
venerdì 3 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 32
«La tosa non xè illibata…» così, a malincuore, stava dicendo la cuoca mentre Thönet faceva il suo ingresso nel salone.
Subito dopo il Conte chiese alla figlia la sua versione dell'accaduto e Violet rispose senza esitazione di aver avuto un convegno d'amore con lo stalliere, per sua volontà e che non le era stata usata violenza.
A tali parole si elevò un alto clamore fra i presenti, i genitori di Violet si guardarono più titubanti che sorpresi, conoscendo l'indole libera della figlia, mentre Necario cominciava a sogghignare, e ser Ruperto diveniva paonazzo fra uno sbadiglio e l'altro.
«Difenderò l'onore della contessina e della sua famiglia e, a Dio piacendo, qualora sopravviva, sarò orgoglioso di poterla sposare.».
Tutti si girarono a quelle parole chiare e decise verso chi le aveva pronunciate. Thönet, rivestito da marchese di Floràns, si stagliava sulla porta del salone lasciando tutti stupiti.
«Violet, - continuò - mia adorata, solo tu forse puoi capire che cosa mi muove in questo frangente. È bene dunque che prima di affrontare chiunque voglia offendere la tua persona, mi rivolga a questi nobili cavalieri e dame per affermare che non lo farò per uno sterile concetto astratto, ma per qualcosa che sfugge a qualsiasi legge o tradizione umana. Ormai da giorni il mio cuore ha cessato di battere per sostenere l'involucro che lo fa camminare nella sua parabola terrena. Da quando i miei occhi incrociarono i suoi, il suo sorriso e la sua voce si sono amalgamati nel mio sangue e ogni battito è un umile omaggio alla Sua persona. Ossigeno la sua presenza e le sue parole. Sterile diverrebbe la mia vita non potendola abbracciare e senza la dolcezza delle sue labbra. Solo lei stessa, quindi, o Dio, potranno impedirmi di averla al mio fianco lungo il sentiero della vita.».
Subito dopo il Conte chiese alla figlia la sua versione dell'accaduto e Violet rispose senza esitazione di aver avuto un convegno d'amore con lo stalliere, per sua volontà e che non le era stata usata violenza.
A tali parole si elevò un alto clamore fra i presenti, i genitori di Violet si guardarono più titubanti che sorpresi, conoscendo l'indole libera della figlia, mentre Necario cominciava a sogghignare, e ser Ruperto diveniva paonazzo fra uno sbadiglio e l'altro.
«Difenderò l'onore della contessina e della sua famiglia e, a Dio piacendo, qualora sopravviva, sarò orgoglioso di poterla sposare.».
Tutti si girarono a quelle parole chiare e decise verso chi le aveva pronunciate. Thönet, rivestito da marchese di Floràns, si stagliava sulla porta del salone lasciando tutti stupiti.
«Violet, - continuò - mia adorata, solo tu forse puoi capire che cosa mi muove in questo frangente. È bene dunque che prima di affrontare chiunque voglia offendere la tua persona, mi rivolga a questi nobili cavalieri e dame per affermare che non lo farò per uno sterile concetto astratto, ma per qualcosa che sfugge a qualsiasi legge o tradizione umana. Ormai da giorni il mio cuore ha cessato di battere per sostenere l'involucro che lo fa camminare nella sua parabola terrena. Da quando i miei occhi incrociarono i suoi, il suo sorriso e la sua voce si sono amalgamati nel mio sangue e ogni battito è un umile omaggio alla Sua persona. Ossigeno la sua presenza e le sue parole. Sterile diverrebbe la mia vita non potendola abbracciare e senza la dolcezza delle sue labbra. Solo lei stessa, quindi, o Dio, potranno impedirmi di averla al mio fianco lungo il sentiero della vita.».
giovedì 2 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 31
Ciò detto il cavaliere s'involò per le scale della torre seguito dal precettore ancora incerto su cosa stesse succedendo. Arrivarono nel cortile mentre due guardie stavano trascinando il povero Thönet verso le celle.
«Fermi! Lasciate subito quell'uomo, è il marchese di Floràns!».
Necario si girò di scatto «Come vi permettete di dare ordini?! Chi pensate di essere?».
«Sono lord Doppeldrim von Schnizburger e posso provare che quello che state incarcerando non è uno stalliere ma lord Thön, marchese di Floràns, Custode dei Sette Draghi, Lettore di Anobiia, Bargiglio di Gran Croce e Delfino dell'Imperatore!».
Necario rimase interdetto per pochi attimi, giusto il tempo per far accorrere vari inservienti, garzoni e cameriere, richiamati dal nuovo vociare. Una rapida occhiata d'intorno gli fece capire che, pur essendo disarmati, se non fosse sceso a patti col cavaliere avrebbe rischiato di uscire malconcio da uno scontro. Gli abitanti del castello infatti, erano quasi tutti amici del giovane Thönet e comunque nessuno di loro amava il capitano delle guardie, noto per la sua volgarità, insolenza e ferocia.
«Bene cavaliere… se davvero potete provarlo, certamente la situazione del nostro caro Thönet potrebbe migliorare sensibilmente… Resterebbe comunque l'affronto al duca Ruperto…».
«Controllate pure, sulla natica sinistra troverete un tatuaggio a forma di tonno con le iniziali "LT"…».
Fatta la verifica e appurata l'identità del marchese, Necario comandò che fosse slegato e che gli fosse tolto il bavaglio. Quindi ordinò di accompagnarlo alle stalle, dove alloggiava, e che fosse lasciato libero di ripulirsi e vestirsi, ma sempre sotto il controllo delle due guardie. Fatto ciò sarebbe stato condotto nel salone del castello dove si sarebbe riunito a tutti gli altri insieme a Necario stesso e al cavaliere Doppeldrim.
Mentre s'incamminavano, Kemal chiese al cavaliere: «Scusate, non ho capito bene una cosa, come fa un tonno ad essere un delfino? …cioè… nel senso…».
«Fermi! Lasciate subito quell'uomo, è il marchese di Floràns!».
Necario si girò di scatto «Come vi permettete di dare ordini?! Chi pensate di essere?».
«Sono lord Doppeldrim von Schnizburger e posso provare che quello che state incarcerando non è uno stalliere ma lord Thön, marchese di Floràns, Custode dei Sette Draghi, Lettore di Anobiia, Bargiglio di Gran Croce e Delfino dell'Imperatore!».
Necario rimase interdetto per pochi attimi, giusto il tempo per far accorrere vari inservienti, garzoni e cameriere, richiamati dal nuovo vociare. Una rapida occhiata d'intorno gli fece capire che, pur essendo disarmati, se non fosse sceso a patti col cavaliere avrebbe rischiato di uscire malconcio da uno scontro. Gli abitanti del castello infatti, erano quasi tutti amici del giovane Thönet e comunque nessuno di loro amava il capitano delle guardie, noto per la sua volgarità, insolenza e ferocia.
«Bene cavaliere… se davvero potete provarlo, certamente la situazione del nostro caro Thönet potrebbe migliorare sensibilmente… Resterebbe comunque l'affronto al duca Ruperto…».
«Controllate pure, sulla natica sinistra troverete un tatuaggio a forma di tonno con le iniziali "LT"…».
Fatta la verifica e appurata l'identità del marchese, Necario comandò che fosse slegato e che gli fosse tolto il bavaglio. Quindi ordinò di accompagnarlo alle stalle, dove alloggiava, e che fosse lasciato libero di ripulirsi e vestirsi, ma sempre sotto il controllo delle due guardie. Fatto ciò sarebbe stato condotto nel salone del castello dove si sarebbe riunito a tutti gli altri insieme a Necario stesso e al cavaliere Doppeldrim.
Mentre s'incamminavano, Kemal chiese al cavaliere: «Scusate, non ho capito bene una cosa, come fa un tonno ad essere un delfino? …cioè… nel senso…».
mercoledì 1 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 30
L'arrivo al castello creò un grande tumulto. Da ogni parte si accorreva nel cortile principale per salutare la contessina e sapere cos'era successo.
I genitori di Violet si fecero subito incontro al cavallo di Necario, il quale con malagrazia e ostentata soddisfazione scaricò la giovane ai loro piedi commentando ad alta voce affinché tutti sentissero: «Vi consiglio di chiuderla subito in convento, non vorrei doverla andare a ricercare in un lupanare la prossima volta… il duca Ruperto non sarà per nulla soddisfatto dell'accaduto…».
«Ma cosa dite? Vergognatevi! State parlando della mia bambina!» urlò di rimando il Conte.
«Forse prima di lasciare il castello, era una bambina, certo non adesso dopo essersi accoppiata indecentemente con uno stalliere…».
«Come osate? Vi farò arrestare… GUARDIE!…».
«FERMI! Io comando le guardie… non muoveranno un dito che io non voglia… del resto se guardate bene, Vostra figlia non ha avuto nemmeno il pudore di rivestirsi decentemente… quanto a quell'animale, pensate che l'abbiamo spogliato noi per vedere quanto fosse bello…?».
«…Padre… posso spiegare… questo… questo… il capitano Necario mente, noi…».
«Osi darmi del mentitore? Ma guardati! Gli abiti strappati nella foga bestiale dell'accoppiamento! Graffi su tutto il corpo! E se ciò non bastasse sarà sufficiente che tuo padre faccia controllare alla cuoca in che condizioni sia la tua virtù, lei sa come fare…».
«Io… ecco… Violet, entriamo dentro e raccontami tutto… E non credo sia necessario chiamare il duca Ru…».
In quel mentre il duca, tempestivamente fatto avvisare da Necario, faceva il suo ingresso nel castello.
«Signor Conte, ero sicuro che le voci che mi avevano raggiunto fossero false, a quel che posso giudicare invece il mio onore è stato realmente offeso! Yawn…».
«Ser Sba… Ruperto… non dovete badare alle apparenze, sono sicuro che ci verrà fornita una spiegazione a tutto… Vi prego scendete da cavallo e seguiteci nel salone, dove potremo affrontare la questione con calma mentre Violet si rinfresca e si cambia d'abito…».
«E sia… yawn… Vi concedo questa opportunità, ma qualora quello che ho sentito risultasse veritiero, consideratevi sfidato a duello!».
In preda all'agitazione il Conte ordinò a due cameriere di condurre Violet nella sua camera e di rifocillarla e assisterla prima di condurla nel salone. Quindi cercò di dare disposizioni perché anche Thönet fosse rivestito e nutrito, ma Necario si oppose fermamente dichiarando che lo stalliere era suo prigioniero e che fosse sbattuto nelle celle così com'era.
Da una finestra delle torre di Kemal, il cavaliere che era giunto i giorni precedenti al castello, vide tutta la scena e alla fine, trasalendo per lo stupore disse al precettore: «Ma quello è il marchese di Floràns!!!».
I genitori di Violet si fecero subito incontro al cavallo di Necario, il quale con malagrazia e ostentata soddisfazione scaricò la giovane ai loro piedi commentando ad alta voce affinché tutti sentissero: «Vi consiglio di chiuderla subito in convento, non vorrei doverla andare a ricercare in un lupanare la prossima volta… il duca Ruperto non sarà per nulla soddisfatto dell'accaduto…».
«Ma cosa dite? Vergognatevi! State parlando della mia bambina!» urlò di rimando il Conte.
«Forse prima di lasciare il castello, era una bambina, certo non adesso dopo essersi accoppiata indecentemente con uno stalliere…».
«Come osate? Vi farò arrestare… GUARDIE!…».
«FERMI! Io comando le guardie… non muoveranno un dito che io non voglia… del resto se guardate bene, Vostra figlia non ha avuto nemmeno il pudore di rivestirsi decentemente… quanto a quell'animale, pensate che l'abbiamo spogliato noi per vedere quanto fosse bello…?».
«…Padre… posso spiegare… questo… questo… il capitano Necario mente, noi…».
«Osi darmi del mentitore? Ma guardati! Gli abiti strappati nella foga bestiale dell'accoppiamento! Graffi su tutto il corpo! E se ciò non bastasse sarà sufficiente che tuo padre faccia controllare alla cuoca in che condizioni sia la tua virtù, lei sa come fare…».
«Io… ecco… Violet, entriamo dentro e raccontami tutto… E non credo sia necessario chiamare il duca Ru…».
In quel mentre il duca, tempestivamente fatto avvisare da Necario, faceva il suo ingresso nel castello.
«Signor Conte, ero sicuro che le voci che mi avevano raggiunto fossero false, a quel che posso giudicare invece il mio onore è stato realmente offeso! Yawn…».
«Ser Sba… Ruperto… non dovete badare alle apparenze, sono sicuro che ci verrà fornita una spiegazione a tutto… Vi prego scendete da cavallo e seguiteci nel salone, dove potremo affrontare la questione con calma mentre Violet si rinfresca e si cambia d'abito…».
«E sia… yawn… Vi concedo questa opportunità, ma qualora quello che ho sentito risultasse veritiero, consideratevi sfidato a duello!».
In preda all'agitazione il Conte ordinò a due cameriere di condurre Violet nella sua camera e di rifocillarla e assisterla prima di condurla nel salone. Quindi cercò di dare disposizioni perché anche Thönet fosse rivestito e nutrito, ma Necario si oppose fermamente dichiarando che lo stalliere era suo prigioniero e che fosse sbattuto nelle celle così com'era.
Da una finestra delle torre di Kemal, il cavaliere che era giunto i giorni precedenti al castello, vide tutta la scena e alla fine, trasalendo per lo stupore disse al precettore: «Ma quello è il marchese di Floràns!!!».
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