Deep Purple - Child in Time 1970
http://www.youtube.com/watch?v=BJCTrolF3CY&feature=related
(leggere non troppo velocemente)
Per prima cosa doveva cercare di riprendere il pieno controllo della sua mente, che ancora sentiva percorsa da invisibili lacci che strisciavano come serpenti sulla sua superficie. Ancora delle piccole scosse, dei lampi, flash improvvisi, ombre con artigli, Lotario che gli crollava addosso, Violet con le mani serrate sotto il grembo come a sorreggere un peso, Berlucco che stappava qualità pregiate dei suoi vini…
Dove si trovava? Cos'era successo dopo che si erano infilati nel canalone stretto e soffocante? Ricordava di essere andato avanti per primo, dietro di lui Berlucco, Clarette e Doppeldrim, prima a cavallo e poi a piedi, nell'aria fetida e fumosa, con le rocce che spuntavano come dei rostri dalle pareti. Poi un urlo, uno strappo e la sensazione di vuoto, di colpi su ogni parte del corpo, artigli e pietre che gli laceravano la carne e la caduta senza fine, mentre rotolava nel buio perdendo il senso dell'orientamento. Poi solo frammenti di incubi. Si guardò gli arti cosparsi di ferite, si toccò il volto incrostato di sangue.
Da quando aveva stretto l'artefatto di Violet era però divenuto spettatore silente di un blasfemo balletto di ombre in continua oscena mutazione. Come dietro una feritoia, all'esterno di una torre, osservava la scena non visto. Un essere immondo banchettava e rideva disgustosamente sdraiato sul suo trono. A prima vista non si era reso conto che lo scranno era vivo e che si potevano percepire dei movimenti continui di schiave deformi ammassate lubricamente in un unico e continuo amplesso contro natura.
Disgustato dalla scena distolse lo sguardo e concentrò il pensiero sull'azione. Le forze stavano lentamente tornando, anche se era ben lontano dal suo abituale vigore fisico. Girandosi intorno vide che purtroppo la spada era a parecchi metri da lui, vicina alla fine della galleria dalla quale doveva essere rotolato fin lì. Un rapido controllo gli fece appurare che il coltello nello stivale era ancora al suo posto. Non un granché come arma, ma sarebbe dovuta bastare.
Se non si stava sbagliando era il monile che gli permetteva di isolarsi da quanto succedeva nella grotta. Provò a muoversi verso l'angolo del trono. Gli orchi di guardia non si mossero. Era invisibile? Ma allora come mai nessuno si era accorto che era scomparso? Forse erano tutti vittime di un'allucinazione come quelle che aveva subito lui fino a poco prima? Decise che non era un suo problema e che nell'eventualità che fosse sopravvissuto ne avrebbe tranquillamente discettato con Kemal bevendo amabilmente uno dei liquori di Berlucco.
Continuò ad avanzare già abituato a quella strana situazione. I metri che lo dividevano da quello che doveva essere il sovrano di quell'orrido regno diminuivano uno dopo l'altro, era ormai quasi ai piedi del trono quando Garthalothep fece cessare la danza ordinando ai due orchi di portargli il prigioniero.
Questi si mossero insieme verso il punto dove avrebbe dovuto trovarsi Thönet scontrandosi sonoramente. Il giovane d'istinto si girò mollando momentaneamente la presa sull'occhio di pietra che portava al collo facendo cessare l'incantesimo. Un urlo inumano squassò la caverna. Garthalothep lo vide davanti a sé col pugnale nella destra. Gettò uno sguardo esterrefatto verso i due guardiani. Esplose quindi in una serie di imprecazioni, urla e ordini, rendendosi conto che non aveva altri armati nell'immensa sala di roccia. Cercò di riprendere il controllo della mente di Thönet che lottando disperatamente raccolse tutte le forze per lanciarsi col pugnale teso verso l'occhio del sovrano.
Fu un attimo. Per quanto impossibile da descrivere una luce nera avvampò dalla testa di Garthalothep risucchiando il pugnale e le ossa del cranio del re degli abissi. Le schiave avvinghiate si trasformarono in un ribollente ammasso di violacee alghe spugnose. Il terreno ruggì spaccandosi alla base del trono. I due orchi, parzialmente intontiti, rimasero incerti se darsi alla fuga o bloccare Thönet, il quale, ripresosi dallo sgomento e dall'orrore, afferrò l'artefatto di Violet e si slanciò verso la galleria, raccogliendo la sua spada prima di scomparirvi all'interno.
Dietro di lui continuava l'assordante rumore di rocce misto a urla, gemiti indistinti e strida agghiaccianti di ossa e carni maciullate da forze ignote.
Dopo una corsa che sembrava non finire mai si rese conto d'un tratto di essere all'esterno. La luminosità delle stelle quasi gli ferì gli occhi che subito si inumidirono per la gioia. Ormai al sicuro rivolse uno sguardo alla costellazione di Orifix e il suo pensiero volò subito a Violet.
giovedì 30 aprile 2009
mercoledì 29 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 58
1/4 Astronomy Domine (Ummagumma Live-1969)
http://www.youtube.com/watch?v=By8irCD8AtI
Thönet riaprì gli occhi e una luce violenta quasi lo accecò facendolo gemere per il dolore. Provò a girarsi su un fianco puntellandosi con un braccio nel fango per cercare di risollevarsi. Scivolò malamente. Mise allora una mano nella melma cercando di piantare le unghie nel terreno riuscendo a fatica a mettersi in ginocchio. La terra cominciò a sussultare.
Garthalothep aveva ordinato a due orchi di non lasciarlo alzare, fiaccandolo nel fisico mentre lui gli sconvolgeva la mente. Si avvicinarono inesorabilmente e il primo lo colpì a mani nude in mezzo alla schiena facendolo ripiombare nella pozzanghera. Nel frattempo il trono umano si compose e le schiave arrivarono una ad una intorno a lui come per aiutarlo a rialzarsi. Ma il tocco delle loro mani risultò un groviglio di alghe viscide e marcescenti che lo avvolsero bruciandogli la pelle.
«Non preoccuparti, bambino mio, ci pensa la tua Violet a farti passare il dolore…». Quindi con le labbra gli percorse il collo e già stava sentendo sollievo quando la lingua percorrendo il suo petto vi tracciò un solco ribollente con la saliva acida. L'amata adesso aveva due becchi che gli strappavano i capezzoli, serpenti fra i capelli sputavano bava e gli occhi vacui parlavano di morte invece che di passione, quindi si dissolse.
Un nuovo tentativo di rialzarsi fu represso con un calcio a una spalla. Thönet non riusciva più a distinguere il dolore fisico reale dalle allucinazioni provocate nella sua mente.
Ora si vedeva disarmato, la spalla destra slogata, steso a terra sotto un cavallo morto, mentre Lotario si apprestava a caricarlo con una mazza ferrata. Colpito al petto vide sprigionarsi delle fiamme che lo avvolsero in un attimo. Si rotolò urlando, inghiottì del fango, tossì e sputò. Mastro Berlucco, inginocchiato al suo fianco gli porse una fiaschetta: «Bevi, senti com'è buono questo Ceberlot Sauvignac Château-Poisonette… bevi, fa resuscitare anche i morti… ahahahah!!!» e mentre diceva così al cantiniere si cominciò a staccare la pelle a brandelli, i muscoli si sfaldarono facendo apparire le nude ossa che mandarono lampi di biancore.
E quindi vide la cuoca del castello con dei coltellacci in mano pronta a macellarlo sotto la guida di Kemal: «Vedi mia cara, come sta scritto nel "De abomaso Florentiae modus còcere", è assolutamente necessario sezionare all'altezza dello sterno per poi aprire la cassa toracica secondo la tecnica detta della "volpe che si introduce di notte nel pollaio". Alza la veste che ti faccio vedere come si fa…». La gonna sollevata ricoprì la testa di Thönet che piombò nell'oscurità e si sentì colpire da spilloni al volto. Il dolore lo fece urlare e dimenare per cercare di strapparsi il panno che lo copriva e fu così che finì per stringere fra le mani il manufatto di pietra forata donatogli da Violet.
Immediatamente fu come se intorno a lui si fosse venuta a creare una barriera. Si rese conto di essere seduto sul terreno ma all'asciutto, sul fondo della grotta Garthalothep stava bevendo vino da una coppa sempre adagiato sul suo trono di carne viva. Per il resto, intorno a lui, fuori dallo schermo protettivo, si svolgeva una raccapricciante danza di ombre ed esseri mostruosi fatti di ammassi di energia che si riplasmavano a piacimento del sovrano degli abissi rocciosi. Niente sembrava poter scalfire il suo rifugio e con tutta probabilità dall'esterno non si erano accorti di nulla, visto che i due orchi erano immobili come statue ai suoi fianchi senza far nulla per risbatterlo giù.
http://www.youtube.com/watch?v=By8irCD8AtI
Thönet riaprì gli occhi e una luce violenta quasi lo accecò facendolo gemere per il dolore. Provò a girarsi su un fianco puntellandosi con un braccio nel fango per cercare di risollevarsi. Scivolò malamente. Mise allora una mano nella melma cercando di piantare le unghie nel terreno riuscendo a fatica a mettersi in ginocchio. La terra cominciò a sussultare.
Garthalothep aveva ordinato a due orchi di non lasciarlo alzare, fiaccandolo nel fisico mentre lui gli sconvolgeva la mente. Si avvicinarono inesorabilmente e il primo lo colpì a mani nude in mezzo alla schiena facendolo ripiombare nella pozzanghera. Nel frattempo il trono umano si compose e le schiave arrivarono una ad una intorno a lui come per aiutarlo a rialzarsi. Ma il tocco delle loro mani risultò un groviglio di alghe viscide e marcescenti che lo avvolsero bruciandogli la pelle.
«Non preoccuparti, bambino mio, ci pensa la tua Violet a farti passare il dolore…». Quindi con le labbra gli percorse il collo e già stava sentendo sollievo quando la lingua percorrendo il suo petto vi tracciò un solco ribollente con la saliva acida. L'amata adesso aveva due becchi che gli strappavano i capezzoli, serpenti fra i capelli sputavano bava e gli occhi vacui parlavano di morte invece che di passione, quindi si dissolse.
Un nuovo tentativo di rialzarsi fu represso con un calcio a una spalla. Thönet non riusciva più a distinguere il dolore fisico reale dalle allucinazioni provocate nella sua mente.
Ora si vedeva disarmato, la spalla destra slogata, steso a terra sotto un cavallo morto, mentre Lotario si apprestava a caricarlo con una mazza ferrata. Colpito al petto vide sprigionarsi delle fiamme che lo avvolsero in un attimo. Si rotolò urlando, inghiottì del fango, tossì e sputò. Mastro Berlucco, inginocchiato al suo fianco gli porse una fiaschetta: «Bevi, senti com'è buono questo Ceberlot Sauvignac Château-Poisonette… bevi, fa resuscitare anche i morti… ahahahah!!!» e mentre diceva così al cantiniere si cominciò a staccare la pelle a brandelli, i muscoli si sfaldarono facendo apparire le nude ossa che mandarono lampi di biancore.
E quindi vide la cuoca del castello con dei coltellacci in mano pronta a macellarlo sotto la guida di Kemal: «Vedi mia cara, come sta scritto nel "De abomaso Florentiae modus còcere", è assolutamente necessario sezionare all'altezza dello sterno per poi aprire la cassa toracica secondo la tecnica detta della "volpe che si introduce di notte nel pollaio". Alza la veste che ti faccio vedere come si fa…». La gonna sollevata ricoprì la testa di Thönet che piombò nell'oscurità e si sentì colpire da spilloni al volto. Il dolore lo fece urlare e dimenare per cercare di strapparsi il panno che lo copriva e fu così che finì per stringere fra le mani il manufatto di pietra forata donatogli da Violet.
Immediatamente fu come se intorno a lui si fosse venuta a creare una barriera. Si rese conto di essere seduto sul terreno ma all'asciutto, sul fondo della grotta Garthalothep stava bevendo vino da una coppa sempre adagiato sul suo trono di carne viva. Per il resto, intorno a lui, fuori dallo schermo protettivo, si svolgeva una raccapricciante danza di ombre ed esseri mostruosi fatti di ammassi di energia che si riplasmavano a piacimento del sovrano degli abissi rocciosi. Niente sembrava poter scalfire il suo rifugio e con tutta probabilità dall'esterno non si erano accorti di nulla, visto che i due orchi erano immobili come statue ai suoi fianchi senza far nulla per risbatterlo giù.
martedì 28 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 57
Il rastaliano aveva continuato a correre per un po' finché non fu fermato da una voce alle sue spalle: «Leopoldo… aspettami… non puoi lasciarmi qui da sola…».
Riconosciuta la voce si bloccò all'istante e si girò, cercando di scorgere la figura che emergeva dai vapori.
«Clarette… volevo dire, Milady, cosa fate qui? dovreste essere al sicuro con Doppeldrim e Berlucco…».
«No, Leopoldo, io mi sento al sicuro solo fra le tue braccia…» e detto ciò fece cadere la veste a terra.
«Milady… Clarette… insomma, Voi, siete nuda! Vi prego, copritevi!».
«Sono dunque così brutta?».
«Sì… nooooooo! cioè, volevo dire, non mi pare il momento… né il luogo… ecco…».
«Forse perché ti pare il momento per morire?! ahahahah!!!». A queste parole sei braccia diafane e artigliate si allungarono per ghermirlo e il Custode fece appena in tempo ad alzare la spada troncandone di netto due. Poi, addossato alla parete, cominciò a menare fendenti contro l'essere immondo che si era svelato nel suo vero aspetto.
Il respiro fetido di decomposizione dell'avversario gli faceva voltare la testa, rendendogli difficile anticipare gli attacchi. Per schivare uno di questi cadde in ginocchio, vedendosi perduto, ma il mostro, accecato dalla furia, continuava a colpire davanti a sé rimanendo scoperto dal basso. Fu così che la spada del rastaliano trovò agevolmente strada verso il suo cuore spaccandolo. Un suono acutissimo uscì dalle fauci dell'essere, costringendo Leopoldo a tapparsi le orecchie con le mani per non impazzire, mentre quello che per poco gli era sembrato il bellissimo corpo di Clarette si rimescolava in un vortice di ombre la cui energia fece spaccare la roccia e schizzare pietre intorno. Quindi con un gemito agghiacciante venne risucchiata dalla fenditura creatasi nella parete, lasciando dietro di sé soltanto una nebbia quasi irrespirabile che andò piano piano dissolvendosi nel fischiare del vento.
Il custode, intontito dai colpi e dalle pietre si rialzò lentamente e senza indugio riprese il suo cammino nella gola.
Per tutta la notte continuò a respingere attacchi di esseri simili a quello che aveva ucciso. Altri caddero sotto i suoi colpi e si dissolsero, mentre alcuni probabilmente più deboli, si limitarono a punzecchiarlo per non dargli tregua. Anche Berlucco e Doppeldrim furono usati come sembianze fittizie per confonderlo, ma egli non cadde nuovamente nel tranello, sebbene esitasse a colpirli fino a quando i mostri non si disvelavano ai suoi occhi.
Ormai allo stremo delle forze e pieno di ferite e contusioni, scorse la fine del sentiero davanti a sé, l'alba che stava sorgendo in lontananza sullo sfondo. Continuò quindi ad arretrare affondando la spada sempre più a caso, finché non inciampò in una pietra e cadde riverso all'indietro battendo la testa e perdendo i sensi.
Ma ormai era fuori e, anche se non se ne era reso conto, gli esseri che lo avevano aggredito si erano fermati già da qualche metro, perché se fossero usciti dal loro regno di tenebra per loro sarebbe stata la morte.
Riconosciuta la voce si bloccò all'istante e si girò, cercando di scorgere la figura che emergeva dai vapori.
«Clarette… volevo dire, Milady, cosa fate qui? dovreste essere al sicuro con Doppeldrim e Berlucco…».
«No, Leopoldo, io mi sento al sicuro solo fra le tue braccia…» e detto ciò fece cadere la veste a terra.
«Milady… Clarette… insomma, Voi, siete nuda! Vi prego, copritevi!».
«Sono dunque così brutta?».
«Sì… nooooooo! cioè, volevo dire, non mi pare il momento… né il luogo… ecco…».
«Forse perché ti pare il momento per morire?! ahahahah!!!». A queste parole sei braccia diafane e artigliate si allungarono per ghermirlo e il Custode fece appena in tempo ad alzare la spada troncandone di netto due. Poi, addossato alla parete, cominciò a menare fendenti contro l'essere immondo che si era svelato nel suo vero aspetto.
Il respiro fetido di decomposizione dell'avversario gli faceva voltare la testa, rendendogli difficile anticipare gli attacchi. Per schivare uno di questi cadde in ginocchio, vedendosi perduto, ma il mostro, accecato dalla furia, continuava a colpire davanti a sé rimanendo scoperto dal basso. Fu così che la spada del rastaliano trovò agevolmente strada verso il suo cuore spaccandolo. Un suono acutissimo uscì dalle fauci dell'essere, costringendo Leopoldo a tapparsi le orecchie con le mani per non impazzire, mentre quello che per poco gli era sembrato il bellissimo corpo di Clarette si rimescolava in un vortice di ombre la cui energia fece spaccare la roccia e schizzare pietre intorno. Quindi con un gemito agghiacciante venne risucchiata dalla fenditura creatasi nella parete, lasciando dietro di sé soltanto una nebbia quasi irrespirabile che andò piano piano dissolvendosi nel fischiare del vento.
Il custode, intontito dai colpi e dalle pietre si rialzò lentamente e senza indugio riprese il suo cammino nella gola.
Per tutta la notte continuò a respingere attacchi di esseri simili a quello che aveva ucciso. Altri caddero sotto i suoi colpi e si dissolsero, mentre alcuni probabilmente più deboli, si limitarono a punzecchiarlo per non dargli tregua. Anche Berlucco e Doppeldrim furono usati come sembianze fittizie per confonderlo, ma egli non cadde nuovamente nel tranello, sebbene esitasse a colpirli fino a quando i mostri non si disvelavano ai suoi occhi.
Ormai allo stremo delle forze e pieno di ferite e contusioni, scorse la fine del sentiero davanti a sé, l'alba che stava sorgendo in lontananza sullo sfondo. Continuò quindi ad arretrare affondando la spada sempre più a caso, finché non inciampò in una pietra e cadde riverso all'indietro battendo la testa e perdendo i sensi.
Ma ormai era fuori e, anche se non se ne era reso conto, gli esseri che lo avevano aggredito si erano fermati già da qualche metro, perché se fossero usciti dal loro regno di tenebra per loro sarebbe stata la morte.
lunedì 27 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 56
Clarette fu la prima a svegliarsi, Berlucco la trovò in piedi all'uscita del sentiero che avevano percorso, dove era scomparso Thönet.
«Sperate di vederlo apparire?» le chiese.
«Sì, è sicuramente vivo. Lo conosco troppo bene, non abbandonerà mai Violet.».
«Se volete, ora che c'è più luce, potremmo tornare indietro per cercare delle tracce, anche se con questo terreno…».
«Credo anch'io che sia inutile, cerchiamo di ritrovare almeno il rastaliano.».
Doppeldrim avrebbe voluto tornare indietro, in quanto cavaliere del marchese di Floràns riteneva suo dovere accertarsi della sua fine. Purtroppo però dovette convenire che il fondo roccioso e la nebbia avrebbero reso vano ogni tentativo. Inoltre dividersi non avrebbe avuto senso e non poteva certo lasciare Clarette con mastro Berlucco, che in caso di attacco avrebbe opposto una resistenza ben scarsa.
Raccolte le poche cose ripartirono e, non avendo motivo per scegliere l'una o l'altra strada, si incamminarono per quella di destra. Fu solo dopo un po' che si accorsero che a terra c'erano delle tracce di sangue.
Clarette rabbrividì, forse aveva perso il suo migliore amico, quello con cui era cresciuta e che aveva sempre sperato di sposare e forse anche quello strano cavaliere conosciuto nel bosco e che le aveva fatto palpitare il cuore con la sua bellezza e il suo rigore, era ferito e stava andando incontro a chissà quali pericoli.
Tipo strano il Custode, non tanto perché aveva resistito alle sue avances, quanto per i suoi modi rudi ma riservati, la sua disciplina e le sue dannate regole. Se ci ripensava le pareva di sentire ancora l'odore dei cadaveri che era stata costretta a spostare. Non li aveva seppelliti, ma fatti rotolare in un avvallamento poco distante dal punto dove si erano accampati e poi li aveva coperti di frasche. Non era riuscita a fargli dire una sola parola il giorno successivo, nemmeno dopo la sfuriata per averla lasciata indietro a sellarsi il cavallo. Ora però sarebbe stato meglio averlo con loro durante l'attraversamento della gola.
Mentre la percorrevano in silenzio il vento creava con l'eco dei suoni distorti, lugubri e la nebbia, in alcuni punti più fitta, contribuiva a far immaginare delle ombre in movimento, un odore disgustoso li spronava ad un'andatura sollecita.
«Sperate di vederlo apparire?» le chiese.
«Sì, è sicuramente vivo. Lo conosco troppo bene, non abbandonerà mai Violet.».
«Se volete, ora che c'è più luce, potremmo tornare indietro per cercare delle tracce, anche se con questo terreno…».
«Credo anch'io che sia inutile, cerchiamo di ritrovare almeno il rastaliano.».
Doppeldrim avrebbe voluto tornare indietro, in quanto cavaliere del marchese di Floràns riteneva suo dovere accertarsi della sua fine. Purtroppo però dovette convenire che il fondo roccioso e la nebbia avrebbero reso vano ogni tentativo. Inoltre dividersi non avrebbe avuto senso e non poteva certo lasciare Clarette con mastro Berlucco, che in caso di attacco avrebbe opposto una resistenza ben scarsa.
Raccolte le poche cose ripartirono e, non avendo motivo per scegliere l'una o l'altra strada, si incamminarono per quella di destra. Fu solo dopo un po' che si accorsero che a terra c'erano delle tracce di sangue.
Clarette rabbrividì, forse aveva perso il suo migliore amico, quello con cui era cresciuta e che aveva sempre sperato di sposare e forse anche quello strano cavaliere conosciuto nel bosco e che le aveva fatto palpitare il cuore con la sua bellezza e il suo rigore, era ferito e stava andando incontro a chissà quali pericoli.
Tipo strano il Custode, non tanto perché aveva resistito alle sue avances, quanto per i suoi modi rudi ma riservati, la sua disciplina e le sue dannate regole. Se ci ripensava le pareva di sentire ancora l'odore dei cadaveri che era stata costretta a spostare. Non li aveva seppelliti, ma fatti rotolare in un avvallamento poco distante dal punto dove si erano accampati e poi li aveva coperti di frasche. Non era riuscita a fargli dire una sola parola il giorno successivo, nemmeno dopo la sfuriata per averla lasciata indietro a sellarsi il cavallo. Ora però sarebbe stato meglio averlo con loro durante l'attraversamento della gola.
Mentre la percorrevano in silenzio il vento creava con l'eco dei suoni distorti, lugubri e la nebbia, in alcuni punti più fitta, contribuiva a far immaginare delle ombre in movimento, un odore disgustoso li spronava ad un'andatura sollecita.
domenica 26 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 55
Stava forse sognando? Violet era davanti a lui, nuda, si avvicinava fino ad abbracciarlo. Sentì degli artigli affondargli nella carne, due, quattro, otto braccia che lo avvvolgevano e lo graffiavano, un odore metifico di alghe putrefatte. Poi gli occhi di lei, gioiosi, rasserenanti e una voce che gli diceva di lasciarsi andare, di abbandonarsi. Immagini di colline dolci, prati verdi, l'interno di un castello con Violet che cullava una bambina, ma subito dopo il castello si accartocciava su sé stesso, mentre una ninnananna si trasformava in gemito:
"Dormi dormi contessina,
sogna dolci e biscottini,
quando arriva la mattina,
sveglierotti coi bacini.
Dormi cara bimba bella,
sogna tante cose belle,
al risveglio una ciambella,
tanti fiori e carameeeeeee… pensa a meeeeeeeeee… Thönet… sono la tua Violet… vieni qui da meeeeeeeeee…".
Poi il buio, il vuoto, lampi nella testa, il corpo squassato da colpi inferti dall'interno. O almeno così sentiva Thönet. In realtà giaceva ancora immobile supino nella fanghiglia, anche se la mente era sempre più preda delle suggestioni e degli incubi che Garthalothep, l'incontrastato dominatore degli abissi rocciosi gli infondeva.
Sdraiato mollemente su un letto di schiave sul fondo di una vera e propria cattedrale del male, giocava con la sua preda, lasciandolo in un limbo d'incoscienza prima di privarlo completamente della forza di volontà. Non uccideva le sue vittime, lasciava che diventassero vuoti involucri da comandare a distanza, pedine per i suoi disgustosi giochi, carne che avrebbe subito la corruzione fisica in un'inconscia agonia del corpo nel lento scorrere dei secoli.
Da molto tempo non aveva la possibilità di divertirsi con un essere umano, i mercanti e i viandanti avevano narrato storie terrificanti su quelle montagne e nessuno si azzardava più ad attraversarle. Annoiato lui stesso dall'atmosfera di morte che aveva creato intorno a sé, riconobbe nel giovane l'occasione per un momento di svago e decise quindi di lasciarlo cosciente e di dargli anzi una possibilità di tornare libero. Se fosse riuscito a resistere fino al tramonto del giorno successivo alle visioni e alle tentazioni che gli avrebbe provocato, lo avrebbe fatto ricondurre alla superficie senza renderlo suo schiavo.
"Dormi dormi contessina,
sogna dolci e biscottini,
quando arriva la mattina,
sveglierotti coi bacini.
Dormi cara bimba bella,
sogna tante cose belle,
al risveglio una ciambella,
tanti fiori e carameeeeeee… pensa a meeeeeeeeee… Thönet… sono la tua Violet… vieni qui da meeeeeeeeee…".
Poi il buio, il vuoto, lampi nella testa, il corpo squassato da colpi inferti dall'interno. O almeno così sentiva Thönet. In realtà giaceva ancora immobile supino nella fanghiglia, anche se la mente era sempre più preda delle suggestioni e degli incubi che Garthalothep, l'incontrastato dominatore degli abissi rocciosi gli infondeva.
Sdraiato mollemente su un letto di schiave sul fondo di una vera e propria cattedrale del male, giocava con la sua preda, lasciandolo in un limbo d'incoscienza prima di privarlo completamente della forza di volontà. Non uccideva le sue vittime, lasciava che diventassero vuoti involucri da comandare a distanza, pedine per i suoi disgustosi giochi, carne che avrebbe subito la corruzione fisica in un'inconscia agonia del corpo nel lento scorrere dei secoli.
Da molto tempo non aveva la possibilità di divertirsi con un essere umano, i mercanti e i viandanti avevano narrato storie terrificanti su quelle montagne e nessuno si azzardava più ad attraversarle. Annoiato lui stesso dall'atmosfera di morte che aveva creato intorno a sé, riconobbe nel giovane l'occasione per un momento di svago e decise quindi di lasciarlo cosciente e di dargli anzi una possibilità di tornare libero. Se fosse riuscito a resistere fino al tramonto del giorno successivo alle visioni e alle tentazioni che gli avrebbe provocato, lo avrebbe fatto ricondurre alla superficie senza renderlo suo schiavo.
sabato 25 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 54
Necario stava uscendo dal lato destro della gola con due uomini in meno. Il primo era scomparso misteriosamente nel tratto più stretto e difficile in un momento in cui la nebbia era diventata particolarmente fitta. Avevano sentito un lungo sibilo e dei fruscii, poi più nulla. Solo il mantello strappato era rimasto a testimoniare la sua sparizione.
La perdita del secondo era stata decisamente più drammatica. Si erano appena inoltrati nel ramo sinistro del sentiero quando erano stati aggrediti da strani esseri dai corpi semi trasparenti, come se fossero delle ombre malsane. Attraverso di loro il terreno assumeva colori ancora più disgustosi e le lunghe braccia terminavano in artigli affilati in grado di creare solchi anche nelle pareti rocciose.
Dopo un primo momento di sbandamento, Necario prese le briglie del destriero di Violet e fattolo girare insieme al suo l'aveva spronato verso l'uscita, imboccando subito dopo l'altra strada. Dopo una rapida e convulsa lotta altri quattro dei suoi uomini riuscirono a seguirlo, uno dei quali con una brutta ferita al braccio sinistro. Dell'ultimo si sentirono solo le grida inumane accompagnate da orrendi scricchiolii e colpi sordi.
Per loro fortuna il percorso era agevole e poterono continuare quasi al galoppo anche dopo il calare delle tenebre. Si fermarono a circa un miglio dall'uscita, quando ritrovarono erba e vegetazione che li rassicurarono sulla fine di quella sensazione di morte che li aveva attanagliati per tutta la traversata delle montagne.
Si trovavano adesso nella valle interna e accesi quattro grossi fuochi poterono rinfrescarsi nel piccolo fiume che la percorreva e consumare un frugale pasto. Il capitano cercò di rinfrancare i suoi uomini, assicurandoli che un giorno e mezzo circa sarebbero arrivati al castello del duca e che l'uscita dalla valle non avrebbe presentato nessun problema, essendo l'accesso molto più agevole e privo di rischi. Poi dispose i turni di guardia e salutata Violet si mise a dormire.
Anche la giovane si era sdraiata, ma faticò a prendere sonno. Da quando erano entrati nella gola non aveva praticamente aperto bocca e adesso cupi pensieri l'assalivano. Era certa che Thönet li stesse seguendo e che quindi avrebbe dovuto attraversare anche lui le montagne. Era partito da solo? O si era fatto accompagnare da una scorta armata? Per quanto, sotto il profilo del combattimento, gli uomini di Necario probabilmente non erano secondi a nessuno al castello, in special modo quella che era la sua scorta personale e che era partita insieme a loro. Uno era scomparso, uno era sicuramente morto e un terzo stava rischiando di fare la stessa fine, avendo perso molto sangue dal braccio, quasi staccato dagli artigli di quegli esseri. Come avrebbe fatto il suo amore? Era sì un cavaliere e aveva anche sconfitto l'Infamia delle 15 nazioni, ma cosa avrebbe potuto contro quelle ombre malefiche?
Piano piano la stanchezza dovuta agli accadimenti della giornata prese il sopravvento e Violet si addormentò baciando la coperta che l'avvolgeva sognando il momento in cui l'avrebbe riabbracciato.
La perdita del secondo era stata decisamente più drammatica. Si erano appena inoltrati nel ramo sinistro del sentiero quando erano stati aggrediti da strani esseri dai corpi semi trasparenti, come se fossero delle ombre malsane. Attraverso di loro il terreno assumeva colori ancora più disgustosi e le lunghe braccia terminavano in artigli affilati in grado di creare solchi anche nelle pareti rocciose.
Dopo un primo momento di sbandamento, Necario prese le briglie del destriero di Violet e fattolo girare insieme al suo l'aveva spronato verso l'uscita, imboccando subito dopo l'altra strada. Dopo una rapida e convulsa lotta altri quattro dei suoi uomini riuscirono a seguirlo, uno dei quali con una brutta ferita al braccio sinistro. Dell'ultimo si sentirono solo le grida inumane accompagnate da orrendi scricchiolii e colpi sordi.
Per loro fortuna il percorso era agevole e poterono continuare quasi al galoppo anche dopo il calare delle tenebre. Si fermarono a circa un miglio dall'uscita, quando ritrovarono erba e vegetazione che li rassicurarono sulla fine di quella sensazione di morte che li aveva attanagliati per tutta la traversata delle montagne.
Si trovavano adesso nella valle interna e accesi quattro grossi fuochi poterono rinfrescarsi nel piccolo fiume che la percorreva e consumare un frugale pasto. Il capitano cercò di rinfrancare i suoi uomini, assicurandoli che un giorno e mezzo circa sarebbero arrivati al castello del duca e che l'uscita dalla valle non avrebbe presentato nessun problema, essendo l'accesso molto più agevole e privo di rischi. Poi dispose i turni di guardia e salutata Violet si mise a dormire.
Anche la giovane si era sdraiata, ma faticò a prendere sonno. Da quando erano entrati nella gola non aveva praticamente aperto bocca e adesso cupi pensieri l'assalivano. Era certa che Thönet li stesse seguendo e che quindi avrebbe dovuto attraversare anche lui le montagne. Era partito da solo? O si era fatto accompagnare da una scorta armata? Per quanto, sotto il profilo del combattimento, gli uomini di Necario probabilmente non erano secondi a nessuno al castello, in special modo quella che era la sua scorta personale e che era partita insieme a loro. Uno era scomparso, uno era sicuramente morto e un terzo stava rischiando di fare la stessa fine, avendo perso molto sangue dal braccio, quasi staccato dagli artigli di quegli esseri. Come avrebbe fatto il suo amore? Era sì un cavaliere e aveva anche sconfitto l'Infamia delle 15 nazioni, ma cosa avrebbe potuto contro quelle ombre malefiche?
Piano piano la stanchezza dovuta agli accadimenti della giornata prese il sopravvento e Violet si addormentò baciando la coperta che l'avvolgeva sognando il momento in cui l'avrebbe riabbracciato.
venerdì 24 aprile 2009
…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 53
The Tell-Tale Heart - Alan Parsons Project
http://www.youtube.com/watch?v=O5NN8fK1tXo
L'urlo, perché di un urlo si trattava veramente, l'aveva sentito anche Thönet, poco prima di giungere alla radura. D'un tratto, senza che si rendesse conto di cosa gli stesse succedendo si sentì ghermire e trascinare in una fenditura della roccia.
Cominciò a rotolare sul pietrisco lottando disperatamente contro artigli che lo colpivano da ogni parte mentre alte strida gli laceravano le orecchie. Nel buio assoluto cercava di afferrare i nemici invisibili nella speranza di rallentare la caduta e di impedirgli di continuare a ferirlo. La galleria doveva essere molto larga, perché non aveva battuto nelle pareti laterali o nella volta.
Toccò qualcosa di molle, lo strinse e un brandello gli restò fra le mani. Per sua fortuna le tenebre gli impedirono di vedere cosa fosse. Il suo gesto provocò un nuovo stridio, più lancinante e acuto e l'intensificarsi dei colpi su tutto il suo corpo. La testa gli sbatté contro una pietra, quasi perse i sensi e per qualche minuto subì passivamente quanto gli succedeva, finché, con un ultimo sobbalzo finì la drammatica corsa verso il basso con il viso semi sommerso in acqua e fango.
Cercò più volte di risollevarsi sulle braccia ma fu risospinto violentemente giù. Fu così che, allo stremo delle forze si limitò a rotolarsi su un fianco per poter respirare senza rischiare di affogare nella melma. Ansimando tese i sensi per cercare di prevenire eventuali nuovi colpi, ma quasi subito ebbe la sensazione di essere solo in una grotta molto vasta.
In un angolo della mente cercò di ricostruire che cosa era successo, ricordava che era qualche metro avanti rispetto agli amici, il buio e la nebbia sempre più fitti, come delle ombre che saltavano attraverso la stretta gola, esseri che forse non avevano mai avuto un corpo di carne e che vagavano in quel territorio malsano. Energie malate che risucchiavano tutto ciò che trovavano di vivo sul loro percorso, forze residue di blasfeme entità primigenie.
Sembrava impossibile che tutto ciò accadesse a pochi giorni di cavallo dal castello del Conte, circa a metà strada da quello del duca. Solo ora si rendeva conto della fondatezza di tante voci e leggende su quelle montagne, forse, ahimè, troppo tardi.
In contrasto con quella percezione sentì delle voci lontane, forse nella sua testa.
"Il gran cavaliere cerca la sua bella… Guardatelo com'è ridotto… Tremo dalla paura da quanto è forte… Thöneeeeet… mio amato… dove seiiiii…? Figliolo, non puoi partire in quelle condizioni… Arrestatelo! Arrestatelo! Arrestatelo! Baciami ancora… la notte è lunga… Thönet, aiutoooooo… aiutooooo…".
Poi la testa cominciò a girargli, sentì come se fosse sospeso nell'aria e stesse girando su sé stesso. Annaspò con le braccia, battendole sul terreno, ma qualcosa nel cervello lo faceva sentire rovesciato e un attimo dopo le tempie cominciarono a pulsargli e dalla nuca partì la sensazione della spina dorsale strappata, le vertebre che scricchiolavano e la cassa toracica che si spaccava.
Dopo alcuni secondi più nulla. Silenzio. Dentro e fuori.
Di nuovo, sentì come se i denti si sgretolassero, tendini e muscoli tirare e lacerarsi, le braccia strappate dal corpo, le gambe maciullate da una morsa.
Quindi perse i sensi.
http://www.youtube.com/watch?v=O5NN8fK1tXo
L'urlo, perché di un urlo si trattava veramente, l'aveva sentito anche Thönet, poco prima di giungere alla radura. D'un tratto, senza che si rendesse conto di cosa gli stesse succedendo si sentì ghermire e trascinare in una fenditura della roccia.
Cominciò a rotolare sul pietrisco lottando disperatamente contro artigli che lo colpivano da ogni parte mentre alte strida gli laceravano le orecchie. Nel buio assoluto cercava di afferrare i nemici invisibili nella speranza di rallentare la caduta e di impedirgli di continuare a ferirlo. La galleria doveva essere molto larga, perché non aveva battuto nelle pareti laterali o nella volta.
Toccò qualcosa di molle, lo strinse e un brandello gli restò fra le mani. Per sua fortuna le tenebre gli impedirono di vedere cosa fosse. Il suo gesto provocò un nuovo stridio, più lancinante e acuto e l'intensificarsi dei colpi su tutto il suo corpo. La testa gli sbatté contro una pietra, quasi perse i sensi e per qualche minuto subì passivamente quanto gli succedeva, finché, con un ultimo sobbalzo finì la drammatica corsa verso il basso con il viso semi sommerso in acqua e fango.
Cercò più volte di risollevarsi sulle braccia ma fu risospinto violentemente giù. Fu così che, allo stremo delle forze si limitò a rotolarsi su un fianco per poter respirare senza rischiare di affogare nella melma. Ansimando tese i sensi per cercare di prevenire eventuali nuovi colpi, ma quasi subito ebbe la sensazione di essere solo in una grotta molto vasta.
In un angolo della mente cercò di ricostruire che cosa era successo, ricordava che era qualche metro avanti rispetto agli amici, il buio e la nebbia sempre più fitti, come delle ombre che saltavano attraverso la stretta gola, esseri che forse non avevano mai avuto un corpo di carne e che vagavano in quel territorio malsano. Energie malate che risucchiavano tutto ciò che trovavano di vivo sul loro percorso, forze residue di blasfeme entità primigenie.
Sembrava impossibile che tutto ciò accadesse a pochi giorni di cavallo dal castello del Conte, circa a metà strada da quello del duca. Solo ora si rendeva conto della fondatezza di tante voci e leggende su quelle montagne, forse, ahimè, troppo tardi.
In contrasto con quella percezione sentì delle voci lontane, forse nella sua testa.
"Il gran cavaliere cerca la sua bella… Guardatelo com'è ridotto… Tremo dalla paura da quanto è forte… Thöneeeeet… mio amato… dove seiiiii…? Figliolo, non puoi partire in quelle condizioni… Arrestatelo! Arrestatelo! Arrestatelo! Baciami ancora… la notte è lunga… Thönet, aiutoooooo… aiutooooo…".
Poi la testa cominciò a girargli, sentì come se fosse sospeso nell'aria e stesse girando su sé stesso. Annaspò con le braccia, battendole sul terreno, ma qualcosa nel cervello lo faceva sentire rovesciato e un attimo dopo le tempie cominciarono a pulsargli e dalla nuca partì la sensazione della spina dorsale strappata, le vertebre che scricchiolavano e la cassa toracica che si spaccava.
Dopo alcuni secondi più nulla. Silenzio. Dentro e fuori.
Di nuovo, sentì come se i denti si sgretolassero, tendini e muscoli tirare e lacerarsi, le braccia strappate dal corpo, le gambe maciullate da una morsa.
Quindi perse i sensi.
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