giovedì 30 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 59

Deep Purple - Child in Time 1970
http://www.youtube.com/watch?v=BJCTrolF3CY&feature=related
(leggere non troppo velocemente)

Per prima cosa doveva cercare di riprendere il pieno controllo della sua mente, che ancora sentiva percorsa da invisibili lacci che strisciavano come serpenti sulla sua superficie. Ancora delle piccole scosse, dei lampi, flash improvvisi, ombre con artigli, Lotario che gli crollava addosso, Violet con le mani serrate sotto il grembo come a sorreggere un peso, Berlucco che stappava qualità pregiate dei suoi vini…

Dove si trovava? Cos'era successo dopo che si erano infilati nel canalone stretto e soffocante? Ricordava di essere andato avanti per primo, dietro di lui Berlucco, Clarette e Doppeldrim, prima a cavallo e poi a piedi, nell'aria fetida e fumosa, con le rocce che spuntavano come dei rostri dalle pareti. Poi un urlo, uno strappo e la sensazione di vuoto, di colpi su ogni parte del corpo, artigli e pietre che gli laceravano la carne e la caduta senza fine, mentre rotolava nel buio perdendo il senso dell'orientamento. Poi solo frammenti di incubi. Si guardò gli arti cosparsi di ferite, si toccò il volto incrostato di sangue.

Da quando aveva stretto l'artefatto di Violet era però divenuto spettatore silente di un blasfemo balletto di ombre in continua oscena mutazione. Come dietro una feritoia, all'esterno di una torre, osservava la scena non visto. Un essere immondo banchettava e rideva disgustosamente sdraiato sul suo trono. A prima vista non si era reso conto che lo scranno era vivo e che si potevano percepire dei movimenti continui di schiave deformi ammassate lubricamente in un unico e continuo amplesso contro natura.

Disgustato dalla scena distolse lo sguardo e concentrò il pensiero sull'azione. Le forze stavano lentamente tornando, anche se era ben lontano dal suo abituale vigore fisico. Girandosi intorno vide che purtroppo la spada era a parecchi metri da lui, vicina alla fine della galleria dalla quale doveva essere rotolato fin lì. Un rapido controllo gli fece appurare che il coltello nello stivale era ancora al suo posto. Non un granché come arma, ma sarebbe dovuta bastare.

Se non si stava sbagliando era il monile che gli permetteva di isolarsi da quanto succedeva nella grotta. Provò a muoversi verso l'angolo del trono. Gli orchi di guardia non si mossero. Era invisibile? Ma allora come mai nessuno si era accorto che era scomparso? Forse erano tutti vittime di un'allucinazione come quelle che aveva subito lui fino a poco prima? Decise che non era un suo problema e che nell'eventualità che fosse sopravvissuto ne avrebbe tranquillamente discettato con Kemal bevendo amabilmente uno dei liquori di Berlucco.

Continuò ad avanzare già abituato a quella strana situazione. I metri che lo dividevano da quello che doveva essere il sovrano di quell'orrido regno diminuivano uno dopo l'altro, era ormai quasi ai piedi del trono quando Garthalothep fece cessare la danza ordinando ai due orchi di portargli il prigioniero.

Questi si mossero insieme verso il punto dove avrebbe dovuto trovarsi Thönet scontrandosi sonoramente. Il giovane d'istinto si girò mollando momentaneamente la presa sull'occhio di pietra che portava al collo facendo cessare l'incantesimo. Un urlo inumano squassò la caverna. Garthalothep lo vide davanti a sé col pugnale nella destra. Gettò uno sguardo esterrefatto verso i due guardiani. Esplose quindi in una serie di imprecazioni, urla e ordini, rendendosi conto che non aveva altri armati nell'immensa sala di roccia. Cercò di riprendere il controllo della mente di Thönet che lottando disperatamente raccolse tutte le forze per lanciarsi col pugnale teso verso l'occhio del sovrano.

Fu un attimo. Per quanto impossibile da descrivere una luce nera avvampò dalla testa di Garthalothep risucchiando il pugnale e le ossa del cranio del re degli abissi. Le schiave avvinghiate si trasformarono in un ribollente ammasso di violacee alghe spugnose. Il terreno ruggì spaccandosi alla base del trono. I due orchi, parzialmente intontiti, rimasero incerti se darsi alla fuga o bloccare Thönet, il quale, ripresosi dallo sgomento e dall'orrore, afferrò l'artefatto di Violet e si slanciò verso la galleria, raccogliendo la sua spada prima di scomparirvi all'interno.

Dietro di lui continuava l'assordante rumore di rocce misto a urla, gemiti indistinti e strida agghiaccianti di ossa e carni maciullate da forze ignote.

Dopo una corsa che sembrava non finire mai si rese conto d'un tratto di essere all'esterno. La luminosità delle stelle quasi gli ferì gli occhi che subito si inumidirono per la gioia. Ormai al sicuro rivolse uno sguardo alla costellazione di Orifix e il suo pensiero volò subito a Violet.

mercoledì 29 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 58

1/4 Astronomy Domine (Ummagumma Live-1969)
http://www.youtube.com/watch?v=By8irCD8AtI

Thönet riaprì gli occhi e una luce violenta quasi lo accecò facendolo gemere per il dolore. Provò a girarsi su un fianco puntellandosi con un braccio nel fango per cercare di risollevarsi. Scivolò malamente. Mise allora una mano nella melma cercando di piantare le unghie nel terreno riuscendo a fatica a mettersi in ginocchio. La terra cominciò a sussultare.

Garthalothep aveva ordinato a due orchi di non lasciarlo alzare, fiaccandolo nel fisico mentre lui gli sconvolgeva la mente. Si avvicinarono inesorabilmente e il primo lo colpì a mani nude in mezzo alla schiena facendolo ripiombare nella pozzanghera. Nel frattempo il trono umano si compose e le schiave arrivarono una ad una intorno a lui come per aiutarlo a rialzarsi. Ma il tocco delle loro mani risultò un groviglio di alghe viscide e marcescenti che lo avvolsero bruciandogli la pelle.

«Non preoccuparti, bambino mio, ci pensa la tua Violet a farti passare il dolore…». Quindi con le labbra gli percorse il collo e già stava sentendo sollievo quando la lingua percorrendo il suo petto vi tracciò un solco ribollente con la saliva acida. L'amata adesso aveva due becchi che gli strappavano i capezzoli, serpenti fra i capelli sputavano bava e gli occhi vacui parlavano di morte invece che di passione, quindi si dissolse.

Un nuovo tentativo di rialzarsi fu represso con un calcio a una spalla. Thönet non riusciva più a distinguere il dolore fisico reale dalle allucinazioni provocate nella sua mente.

Ora si vedeva disarmato, la spalla destra slogata, steso a terra sotto un cavallo morto, mentre Lotario si apprestava a caricarlo con una mazza ferrata. Colpito al petto vide sprigionarsi delle fiamme che lo avvolsero in un attimo. Si rotolò urlando, inghiottì del fango, tossì e sputò. Mastro Berlucco, inginocchiato al suo fianco gli porse una fiaschetta: «Bevi, senti com'è buono questo Ceberlot Sauvignac Château-Poisonette… bevi, fa resuscitare anche i morti… ahahahah!!!» e mentre diceva così al cantiniere si cominciò a staccare la pelle a brandelli, i muscoli si sfaldarono facendo apparire le nude ossa che mandarono lampi di biancore.

E quindi vide la cuoca del castello con dei coltellacci in mano pronta a macellarlo sotto la guida di Kemal: «Vedi mia cara, come sta scritto nel "De abomaso Florentiae modus còcere", è assolutamente necessario sezionare all'altezza dello sterno per poi aprire la cassa toracica secondo la tecnica detta della "volpe che si introduce di notte nel pollaio". Alza la veste che ti faccio vedere come si fa…». La gonna sollevata ricoprì la testa di Thönet che piombò nell'oscurità e si sentì colpire da spilloni al volto. Il dolore lo fece urlare e dimenare per cercare di strapparsi il panno che lo copriva e fu così che finì per stringere fra le mani il manufatto di pietra forata donatogli da Violet.

Immediatamente fu come se intorno a lui si fosse venuta a creare una barriera. Si rese conto di essere seduto sul terreno ma all'asciutto, sul fondo della grotta Garthalothep stava bevendo vino da una coppa sempre adagiato sul suo trono di carne viva. Per il resto, intorno a lui, fuori dallo schermo protettivo, si svolgeva una raccapricciante danza di ombre ed esseri mostruosi fatti di ammassi di energia che si riplasmavano a piacimento del sovrano degli abissi rocciosi. Niente sembrava poter scalfire il suo rifugio e con tutta probabilità dall'esterno non si erano accorti di nulla, visto che i due orchi erano immobili come statue ai suoi fianchi senza far nulla per risbatterlo giù.

martedì 28 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 57

Il rastaliano aveva continuato a correre per un po' finché non fu fermato da una voce alle sue spalle: «Leopoldo… aspettami… non puoi lasciarmi qui da sola…».
Riconosciuta la voce si bloccò all'istante e si girò, cercando di scorgere la figura che emergeva dai vapori.

«Clarette… volevo dire, Milady, cosa fate qui? dovreste essere al sicuro con Doppeldrim e Berlucco…».

«No, Leopoldo, io mi sento al sicuro solo fra le tue braccia…» e detto ciò fece cadere la veste a terra.

«Milady… Clarette… insomma, Voi, siete nuda! Vi prego, copritevi!».

«Sono dunque così brutta?».

«Sì… nooooooo! cioè, volevo dire, non mi pare il momento… né il luogo… ecco…».

«Forse perché ti pare il momento per morire?! ahahahah!!!». A queste parole sei braccia diafane e artigliate si allungarono per ghermirlo e il Custode fece appena in tempo ad alzare la spada troncandone di netto due. Poi, addossato alla parete, cominciò a menare fendenti contro l'essere immondo che si era svelato nel suo vero aspetto.

Il respiro fetido di decomposizione dell'avversario gli faceva voltare la testa, rendendogli difficile anticipare gli attacchi. Per schivare uno di questi cadde in ginocchio, vedendosi perduto, ma il mostro, accecato dalla furia, continuava a colpire davanti a sé rimanendo scoperto dal basso. Fu così che la spada del rastaliano trovò agevolmente strada verso il suo cuore spaccandolo. Un suono acutissimo uscì dalle fauci dell'essere, costringendo Leopoldo a tapparsi le orecchie con le mani per non impazzire, mentre quello che per poco gli era sembrato il bellissimo corpo di Clarette si rimescolava in un vortice di ombre la cui energia fece spaccare la roccia e schizzare pietre intorno. Quindi con un gemito agghiacciante venne risucchiata dalla fenditura creatasi nella parete, lasciando dietro di sé soltanto una nebbia quasi irrespirabile che andò piano piano dissolvendosi nel fischiare del vento.

Il custode, intontito dai colpi e dalle pietre si rialzò lentamente e senza indugio riprese il suo cammino nella gola.

Per tutta la notte continuò a respingere attacchi di esseri simili a quello che aveva ucciso. Altri caddero sotto i suoi colpi e si dissolsero, mentre alcuni probabilmente più deboli, si limitarono a punzecchiarlo per non dargli tregua. Anche Berlucco e Doppeldrim furono usati come sembianze fittizie per confonderlo, ma egli non cadde nuovamente nel tranello, sebbene esitasse a colpirli fino a quando i mostri non si disvelavano ai suoi occhi.

Ormai allo stremo delle forze e pieno di ferite e contusioni, scorse la fine del sentiero davanti a sé, l'alba che stava sorgendo in lontananza sullo sfondo. Continuò quindi ad arretrare affondando la spada sempre più a caso, finché non inciampò in una pietra e cadde riverso all'indietro battendo la testa e perdendo i sensi.

Ma ormai era fuori e, anche se non se ne era reso conto, gli esseri che lo avevano aggredito si erano fermati già da qualche metro, perché se fossero usciti dal loro regno di tenebra per loro sarebbe stata la morte.

lunedì 27 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 56

Clarette fu la prima a svegliarsi, Berlucco la trovò in piedi all'uscita del sentiero che avevano percorso, dove era scomparso Thönet.
«Sperate di vederlo apparire?» le chiese.

«Sì, è sicuramente vivo. Lo conosco troppo bene, non abbandonerà mai Violet.».

«Se volete, ora che c'è più luce, potremmo tornare indietro per cercare delle tracce, anche se con questo terreno…».

«Credo anch'io che sia inutile, cerchiamo di ritrovare almeno il rastaliano.».

Doppeldrim avrebbe voluto tornare indietro, in quanto cavaliere del marchese di Floràns riteneva suo dovere accertarsi della sua fine. Purtroppo però dovette convenire che il fondo roccioso e la nebbia avrebbero reso vano ogni tentativo. Inoltre dividersi non avrebbe avuto senso e non poteva certo lasciare Clarette con mastro Berlucco, che in caso di attacco avrebbe opposto una resistenza ben scarsa.

Raccolte le poche cose ripartirono e, non avendo motivo per scegliere l'una o l'altra strada, si incamminarono per quella di destra. Fu solo dopo un po' che si accorsero che a terra c'erano delle tracce di sangue.

Clarette rabbrividì, forse aveva perso il suo migliore amico, quello con cui era cresciuta e che aveva sempre sperato di sposare e forse anche quello strano cavaliere conosciuto nel bosco e che le aveva fatto palpitare il cuore con la sua bellezza e il suo rigore, era ferito e stava andando incontro a chissà quali pericoli.

Tipo strano il Custode, non tanto perché aveva resistito alle sue avances, quanto per i suoi modi rudi ma riservati, la sua disciplina e le sue dannate regole. Se ci ripensava le pareva di sentire ancora l'odore dei cadaveri che era stata costretta a spostare. Non li aveva seppelliti, ma fatti rotolare in un avvallamento poco distante dal punto dove si erano accampati e poi li aveva coperti di frasche. Non era riuscita a fargli dire una sola parola il giorno successivo, nemmeno dopo la sfuriata per averla lasciata indietro a sellarsi il cavallo. Ora però sarebbe stato meglio averlo con loro durante l'attraversamento della gola.

Mentre la percorrevano in silenzio il vento creava con l'eco dei suoni distorti, lugubri e la nebbia, in alcuni punti più fitta, contribuiva a far immaginare delle ombre in movimento, un odore disgustoso li spronava ad un'andatura sollecita.

domenica 26 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 55

Stava forse sognando? Violet era davanti a lui, nuda, si avvicinava fino ad abbracciarlo. Sentì degli artigli affondargli nella carne, due, quattro, otto braccia che lo avvvolgevano e lo graffiavano, un odore metifico di alghe putrefatte. Poi gli occhi di lei, gioiosi, rasserenanti e una voce che gli diceva di lasciarsi andare, di abbandonarsi. Immagini di colline dolci, prati verdi, l'interno di un castello con Violet che cullava una bambina, ma subito dopo il castello si accartocciava su sé stesso, mentre una ninnananna si trasformava in gemito:
"Dormi dormi contessina,

sogna dolci e biscottini,

quando arriva la mattina,

sveglierotti coi bacini.

Dormi cara bimba bella,
sogna tante cose belle,

al risveglio una ciambella,
tanti fiori e carameeeeeee… pensa a meeeeeeeeee… Thönet… sono la tua Violet… vieni qui da meeeeeeeeee…".

Poi il buio, il vuoto, lampi nella testa, il corpo squassato da colpi inferti dall'interno. O almeno così sentiva Thönet. In realtà giaceva ancora immobile supino nella fanghiglia, anche se la mente era sempre più preda delle suggestioni e degli incubi che Garthalothep, l'incontrastato dominatore degli abissi rocciosi gli infondeva.

Sdraiato mollemente su un letto di schiave sul fondo di una vera e propria cattedrale del male, giocava con la sua preda, lasciandolo in un limbo d'incoscienza prima di privarlo completamente della forza di volontà. Non uccideva le sue vittime, lasciava che diventassero vuoti involucri da comandare a distanza, pedine per i suoi disgustosi giochi, carne che avrebbe subito la corruzione fisica in un'inconscia agonia del corpo nel lento scorrere dei secoli.

Da molto tempo non aveva la possibilità di divertirsi con un essere umano, i mercanti e i viandanti avevano narrato storie terrificanti su quelle montagne e nessuno si azzardava più ad attraversarle. Annoiato lui stesso dall'atmosfera di morte che aveva creato intorno a sé, riconobbe nel giovane l'occasione per un momento di svago e decise quindi di lasciarlo cosciente e di dargli anzi una possibilità di tornare libero. Se fosse riuscito a resistere fino al tramonto del giorno successivo alle visioni e alle tentazioni che gli avrebbe provocato, lo avrebbe fatto ricondurre alla superficie senza renderlo suo schiavo.

sabato 25 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 54

Necario stava uscendo dal lato destro della gola con due uomini in meno. Il primo era scomparso misteriosamente nel tratto più stretto e difficile in un momento in cui la nebbia era diventata particolarmente fitta. Avevano sentito un lungo sibilo e dei fruscii, poi più nulla. Solo il mantello strappato era rimasto a testimoniare la sua sparizione.
La perdita del secondo era stata decisamente più drammatica. Si erano appena inoltrati nel ramo sinistro del sentiero quando erano stati aggrediti da strani esseri dai corpi semi trasparenti, come se fossero delle ombre malsane. Attraverso di loro il terreno assumeva colori ancora più disgustosi e le lunghe braccia terminavano in artigli affilati in grado di creare solchi anche nelle pareti rocciose.

Dopo un primo momento di sbandamento, Necario prese le briglie del destriero di Violet e fattolo girare insieme al suo l'aveva spronato verso l'uscita, imboccando subito dopo l'altra strada. Dopo una rapida e convulsa lotta altri quattro dei suoi uomini riuscirono a seguirlo, uno dei quali con una brutta ferita al braccio sinistro. Dell'ultimo si sentirono solo le grida inumane accompagnate da orrendi scricchiolii e colpi sordi.

Per loro fortuna il percorso era agevole e poterono continuare quasi al galoppo anche dopo il calare delle tenebre. Si fermarono a circa un miglio dall'uscita, quando ritrovarono erba e vegetazione che li rassicurarono sulla fine di quella sensazione di morte che li aveva attanagliati per tutta la traversata delle montagne.

Si trovavano adesso nella valle interna e accesi quattro grossi fuochi poterono rinfrescarsi nel piccolo fiume che la percorreva e consumare un frugale pasto. Il capitano cercò di rinfrancare i suoi uomini, assicurandoli che un giorno e mezzo circa sarebbero arrivati al castello del duca e che l'uscita dalla valle non avrebbe presentato nessun problema, essendo l'accesso molto più agevole e privo di rischi. Poi dispose i turni di guardia e salutata Violet si mise a dormire.

Anche la giovane si era sdraiata, ma faticò a prendere sonno. Da quando erano entrati nella gola non aveva praticamente aperto bocca e adesso cupi pensieri l'assalivano. Era certa che Thönet li stesse seguendo e che quindi avrebbe dovuto attraversare anche lui le montagne. Era partito da solo? O si era fatto accompagnare da una scorta armata? Per quanto, sotto il profilo del combattimento, gli uomini di Necario probabilmente non erano secondi a nessuno al castello, in special modo quella che era la sua scorta personale e che era partita insieme a loro. Uno era scomparso, uno era sicuramente morto e un terzo stava rischiando di fare la stessa fine, avendo perso molto sangue dal braccio, quasi staccato dagli artigli di quegli esseri. Come avrebbe fatto il suo amore? Era sì un cavaliere e aveva anche sconfitto l'Infamia delle 15 nazioni, ma cosa avrebbe potuto contro quelle ombre malefiche?

Piano piano la stanchezza dovuta agli accadimenti della giornata prese il sopravvento e Violet si addormentò baciando la coperta che l'avvolgeva sognando il momento in cui l'avrebbe riabbracciato.

venerdì 24 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 53

The Tell-Tale Heart - Alan Parsons Project
http://www.youtube.com/watch?v=O5NN8fK1tXo

L'urlo, perché di un urlo si trattava veramente, l'aveva sentito anche Thönet, poco prima di giungere alla radura. D'un tratto, senza che si rendesse conto di cosa gli stesse succedendo si sentì ghermire e trascinare in una fenditura della roccia.

Cominciò a rotolare sul pietrisco lottando disperatamente contro artigli che lo colpivano da ogni parte mentre alte strida gli laceravano le orecchie. Nel buio assoluto cercava di afferrare i nemici invisibili nella speranza di rallentare la caduta e di impedirgli di continuare a ferirlo. La galleria doveva essere molto larga, perché non aveva battuto nelle pareti laterali o nella volta.

Toccò qualcosa di molle, lo strinse e un brandello gli restò fra le mani. Per sua fortuna le tenebre gli impedirono di vedere cosa fosse. Il suo gesto provocò un nuovo stridio, più lancinante e acuto e l'intensificarsi dei colpi su tutto il suo corpo. La testa gli sbatté contro una pietra, quasi perse i sensi e per qualche minuto subì passivamente quanto gli succedeva, finché, con un ultimo sobbalzo finì la drammatica corsa verso il basso con il viso semi sommerso in acqua e fango.

Cercò più volte di risollevarsi sulle braccia ma fu risospinto violentemente giù. Fu così che, allo stremo delle forze si limitò a rotolarsi su un fianco per poter respirare senza rischiare di affogare nella melma. Ansimando tese i sensi per cercare di prevenire eventuali nuovi colpi, ma quasi subito ebbe la sensazione di essere solo in una grotta molto vasta.

In un angolo della mente cercò di ricostruire che cosa era successo, ricordava che era qualche metro avanti rispetto agli amici, il buio e la nebbia sempre più fitti, come delle ombre che saltavano attraverso la stretta gola, esseri che forse non avevano mai avuto un corpo di carne e che vagavano in quel territorio malsano. Energie malate che risucchiavano tutto ciò che trovavano di vivo sul loro percorso, forze residue di blasfeme entità primigenie.

Sembrava impossibile che tutto ciò accadesse a pochi giorni di cavallo dal castello del Conte, circa a metà strada da quello del duca. Solo ora si rendeva conto della fondatezza di tante voci e leggende su quelle montagne, forse, ahimè, troppo tardi.

In contrasto con quella percezione sentì delle voci lontane, forse nella sua testa.

"Il gran cavaliere cerca la sua bella… Guardatelo com'è ridotto… Tremo dalla paura da quanto è forte… Thöneeeeet… mio amato… dove seiiiii…? Figliolo, non puoi partire in quelle condizioni… Arrestatelo! Arrestatelo! Arrestatelo! Baciami ancora… la notte è lunga… Thönet, aiutoooooo… aiutooooo…".

Poi la testa cominciò a girargli, sentì come se fosse sospeso nell'aria e stesse girando su sé stesso. Annaspò con le braccia, battendole sul terreno, ma qualcosa nel cervello lo faceva sentire rovesciato e un attimo dopo le tempie cominciarono a pulsargli e dalla nuca partì la sensazione della spina dorsale strappata, le vertebre che scricchiolavano e la cassa toracica che si spaccava.

Dopo alcuni secondi più nulla. Silenzio. Dentro e fuori.

Di nuovo, sentì come se i denti si sgretolassero, tendini e muscoli tirare e lacerarsi, le braccia strappate dal corpo, le gambe maciullate da una morsa.

Quindi perse i sensi.

giovedì 23 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 52

Led Zeppelin - Kashmir (Live)
http://www.youtube.com/watch?v=Dme4ZTdOwSY

Thönet era entrato per primo, seguito a qualche metro da Berlucco, Clarette e Doppeldrim alla retroguardia, non perché pensassero di essere seguiti, ma perché l'atmosfera cupa e insana aveva messo addosso anche a loro una certa agitazione. Impossibile trovare tracce, altrettanto impossibile capire a che distanza fossero il gruppo di Necario e il Custode.

Thönet non sarebbe mai tornato indietro senza Violet, a costo anche della vita; Berlucco pur non essendo un cavaliere, lo aveva seguito se non per proteggerlo quanto meno per consigliarlo, considerandolo ormai come un figlio; Doppeldrim era al suo servizio e comunque per rispetto alla memoria di suo padre non lo avrebbe abbandonato; Clarette, pur rimpiangendo di non essere da un'altra parte e non potendo tornare certo indietro da sola, sentiva di dover proseguire dietro colui che per tanto tempo aveva amato. E poi doveva assolutamente ritrovare quel rastaliano per dargli il fatto suo…

Via via che avanzavano l'umidità dell'aria creava qua e là delle zone di nebbia, mentre la luce del giorno si indeboliva, pur mancando ancora un paio di ore al tramonto. Se non Thönet, gli altri tre si stavano già ponendo un'angosciosa domanda: cosa avrebbero fatto quando la notte fosse calata definitivamente e il buio fosse stato completo? Continuare con delle torce rischiando di azzoppare i cavalli? Fermarsi? E dove, se il sentiero stava stringendosi sempre più?

Già in certi momenti Thönet scompariva alla loro vista per qualche secondo, per poi riaffiorare in parte dalla nebbia.

Ben presto arrivarono anche loro al punto in cui si trovava il mantello dilaniato. Si guardarono l'un l'altro senza trovare il coraggio di dire qualcosa, di porre domande che non avrebbero avuto risposta. Clarette si coprì il volto con le mani, come presagendo che nessuno sarebbe mai tornato indietro. Mentre erano ancora in preda a un muto sconforto, Thönet gettò il mantello a terra e spronò il cavallo quanto più veloce poteva andare in quelle condizioni.

Nel punto in cui la gola era troppo stretta e dovettero scendere si resero conto che la loro guida non si scorgeva più da qualche minuto. Certo, il buio stava calando rapidamente, ma… Doppeldrim fece segno agli altri due di fermarsi e si mise in ascolto. Poco oltre si distingueva lo scalpiccio degli zoccoli del cavallo, ma non il rumore degli stivali che avrebbero dovuto accompagnarlo. Il sibilo del vento sembrava aumentare e diventare sempre più lamentoso.

«Thönet…? Thönet, fermati, dove sei? Non possiamo continuare oltre, fra pochi minuti non saremo in grado di vedere più nulla…».

Un urlo, o forse il vento, fu la sola risposta. Berlucco corse avanti e in qualche modo riuscì a fermare il destriero che li precedeva e accesa velocemente una torcia appurò che né sulla sella, né sull'animale vi erano tracce di sangue. Quindi, fatto cenno agli altri di rimanere fermi, proseguì per qualche metro fino a sbucare nella piccola radura dalla quale il sentiero si biforcava, ma Thönet non si vedeva.

Tornato indietro spiegò la situazione agli altri e fu deciso di sostare in quello spiazzo fino a che la luce del sole non avesse rischiarato il percorso, nel frattempo avrebbero potuto discutere da che parte proseguire.

mercoledì 22 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 51

Mike Oldfield - Tubular Bells - 1973
http://www.youtube.com/watch?v=V8l5fthffiE

Leopoldo arrivò all'inizio del sentiero circa tre ore dopo il passaggio di Necario e una volta verificate le tracce si spinse nella gola con fare circospetto, preoccupato di possibili agguati dietro ogni curva o dall'alto delle pareti della gola. Più che sulla vista avrebbe dovuto fare affidamento sull'udito, disturbato però dal sibilo del vento, e sull'olfatto del cavallo, suo fedele compagno.

Il rumore degli zoccoli sul terreno roccioso per uno strano gioco di echi e rimbombi dava l'impressione del battere di un martello sull'incudine.

L'aria diventava man mano più fredda e più umida, la terra, le pietre e i pochi alberi rinsecchiti e spogli avevano un aspetto malato, con tonalità innaturali di grigi violacei e plumbei. Nonostante il senso di morte che gravava su tutto, si sarebbe detto che qualcosa pulsasse in modo affannato. Non era la terra a sussultare, piuttosto una sensazione che si provava dentro, come se qualcuno corresse dentro al cervello cercando di spingerne fuori i ricordi per impossessarsene.

Erano due ore ormai che andava avanti, cercando di imporre al destriero un'andatura quanto più veloce possibile per sottrarsi a quella sensazione di angoscia, quando il sentiero si restrinse a tal punto da doverlo far scendere di sella.

Dopo qualche centinaio di metri trovò un mantello che riconobbe subito essere di una delle guardie. Lacerato in più punti non presentava macchie di sangue senza che il terreno in piano giustificasse cadute così rovinose. Il tessuto era inequivocabilmente nuovo e quindi non era stato nemmeno il tempo a ridurlo così. Un sibilo metallico e un'ombra attraverso la gola sopra di lui convinsero il custode a riprendere la marcia ancor più rapidamente.

Tornare indietro era impossibile, a meno di non uccidere il cavallo e rifare la strada a piedi e nemmeno aveva modo di avvertire gli improvvisati compagni del probabile pericolo, ormai dovevano essersi addentrati anche loro fra le montagne.
Stava calcolando per quanto tempo ancora ci sarebbe stata luce, quando vide che il sentiero finalmente si allargava fino a sfociare in un piccolo spiazzo da cui ripartivano due tronconi. Subito si mise a cercare possibili tracce per capire la direzione presa dai fuggitivi quando il suo sguardo cadde su una macchia scura a una decina di metri dall'inizio del percorso di sinistra. Sguainò la spada e abbandonate le briglie del cavallo avanzò circospetto.

A stento soffocò un violento conato di vomito, distolse momentaneamente lo sguardo per poi rivolgerlo nuovamente su ciò che sperava fosse un macabro gioco di ombre nell'aria nebbiosa. Ciò che restava di uno dei cavalieri che lo precedevano era praticamente incrostato nella roccia come un fossile preistorico. La cotta di maglia strappata e mezzo elmo non lasciavano dubbi su che cosa fosse stato quel poco che ora grondava dalla parete.

Il Custode, senza nemmeno tornare indietro per riprendere la cavalcatura, cominciò una folle corsa inoltrandosi sempre di più nel cuore della montagna.

martedì 21 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 50

Pink Floyd - Set the Controls for the Heart of the Sun (cominciare la lettura circa mezzo minuto in ritardo)
http://www.youtube.com/watch?v=v5_0iZQ-TuA&feature=related

Necario ordinò di togliere il campo poco prima dell'alba. La notte era trascorsa senza incidenti e il capitano cominciava a sperare di poter riparare nel castello del duca Ruperto prima di essere avvistato da probabili inseguitori.

All'uscita dal bosco trovarono un tratto pianeggiante scoperto che poterono percorrere velocemente fino ai piedi delle montagne, dove cominciava il sentiero in leggera salita che spariva in una stretta gola dove la luce del sole pareva assorbita dalle nere rocce.

L'inquietudine fra gli uomini era palpabile e la stessa Violet aveva perso l'espressione di superiorità che aveva tenuto per tutto il viaggio. Anche a lei, quando era piccola, erano state raccontate le storie che riguardavano le gole di Enkgulf e di chi o che cosa le abitasse. In effetti nemmeno Kemal aveva mai sentito di viaggiatori che fossero giunti al castello passando per quella strada.

Il sentiero si snodava fra alte pareti di roccia e se nel primo tratto lasciava passare tranquillamente due cavalli affiancati, nei punti più stretti era necessario scendere e proseguire a piedi tirandoseli dietro. Dai fianchi della montagna sporgevano spesso degli speroni di pietre affilate, quasi degli artigli pronti a lacerare se non le carni di chi vi si addentrava, quantomeno le vesti dei meno accorti.

L'aria era sempre più pesante man mano che si saliva, l'umidità rendeva difficile la respirazione eppure non vi era praticamente traccia di vegetazione. Solo alcuni alberi contorti, anneriti da incendi scoppiati in epoche antiche, si protendevano coi loro rami dalla sommità delle pareti, creando delle figure grottesche con le diafane ombre proiettate dalla scarsa luce che arrivava sul fondo della gola.

Attraverso lunghe crepe e anfratti il vento fischiava trasformandosi talvolta in un lugubre lamento simile al rantolare di una bestia ferita.

L'idea di attraversarle e quasi sicuramente di doverci trascorrere la notte, si capiva chiaramente che non era nelle ambizioni di nessuno. L'unico che sembrava non subire le fantasie dei racconti sembrava essere Necario, probabilmente perché non era nato da quelle parti ma in una contea molto più a sud.

«Invece di rischiare di azzoppare i cavalli potremmo aggirare le montagne, in fin dei conti abbiamo ancora un notevole vantaggio…» provò a dire una delle guardie.

«Sì, in effetti andremmo molto più veloci e…» cercò di proseguire un altro.

«Il percorso non è in discussione - intimò Necario - tagliare di qua ci farà risparmiare tre giorni e sarà sufficiente fare attenzione a dove passeremo per non avere problemi di sorta.».

«Non rischieremo di perderci là dentro…? Siete sicuro che vi sia solo un sentiero e che poi non si disperda in un labirinto…?» disse Violet cercando di dissimulare la paura.

«Non esiste una strada che io non riesca a seguire fino dove voglio arrivare.» ribatté il capitano e così dicendo strattonò le briglie del cavallo della contessina e s'infilò nella gola.

lunedì 20 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 49

Il mattino successivo, poco prima dell'alba Leopoldo svegliò bruscamente Clarette, tenendogli una mano sulla bocca, quindi le disse a bassa voce: «Rimanete qua tranquilla, ho sentito dei rumori d'intorno, forse cavalli in avvicinamento. Vado in perlustrazione, voi farete da esca.».
Prima che Milady potesse rispondere, il Custode era già scomparso, ombra nell'ombra nel sottobosco. Facendo crollare l'improvvisato rifugio per la notte Clarette balzò fuori urlando: «Io un'esca! Dove sei andato, maledetto! Torna qua a ripeterlo se hai il coraggio! Io me ne vado! sì, me ne vado, torno al mio castello, altro che! Ma si è mai vista una cosa del genere? Ho il vestito distrutto! Sono giorni che non mi posso fare un bagno e una manicure! E questo bellimbusto mi pianta da sola ogni momento! Ma io ti faccio espellere dalla tua confraternita, brutto caprone, Custode della Manola che non sei altro! Che Onan ti faccia crescere i calli alle mani! Vieni fuori immediatamenteeeeee!!!».

«Milady, che ci fai qui da sola nel bosco? Stai bene? Ti hanno fatto del male?».

«Thön! Berlucco!» urlò Clarette, lanciandosi fra le braccia del vecchio amico.

«Osserva e Preserva. In guardia Lor Signori.» Leopoldo era spuntato dal nulla, i due lunghi coltelli nelle mani e si era piazzato in mezzo alla radura nella posizione della "Poiana che vola sul lago".

«Fermo, zuccone decerebrato! questi sono miei amici! Non ti pare di aver combinato già abbastanza guai? Rimetti subito a posto quegli spiedi o ti faccio vedere io!».

Seppure perplesso il Custode eseguì l'ordine, permettendo così a Milady di fare le dovute presentazioni in un clima più rilassato.

«Avete un'idea di che distacco abbiano, cavaliere?» chiese quindi Thönet.

«Se non hanno forzato troppo l'andatura dovrebbero addentrarsi verso mezzogiorno nella gola che conduce alla valle fra le montagne.»

«E avevate in mente già un piano per liberare la contessina Violet?».

«Osservo e Preservo. Una volta arrivato loro addosso avrei controllato la situazione e avrei quindi deciso il da farsi».

«Bene, vedo che i nostri piani coincidono, direi che possiamo muoverci subito.».

«Subito?» Chiese sbigottita Milady staccandosi leggermente dal corpo di Thönet al quale era rimasta avvinghiata. «Ma nessuno mi chiede mai il parere qui? Vi pare che possa montare a cavallo in queste condizioni?».

«Io vado, mi raggiungerete poi.» disse impassibile il rastaliano. Dopo di che salì a cavallo e scomparve rapidamente nel bosco.

«Ehmmmm, Clarette - disse Thönet cercando di staccarsela di dosso - di quanto tempo hai bisogno per prepararti…?».

domenica 19 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 48

Nello stesso tempo, molto vicino al campo di Necario…
«Alla buonora! Vi siete deciso a fermarvi! Volete forse superarli? È tutto il giorno che cavalchiamo come dei forsennati, guardate com'è ridotto il mio vestito!». Così dicendo Clarette discese da cavallo mostrando una generosa porzione di coscia al custode, il quale, con sguardo preoccupato si avvicinò protendendo una mano.

«La vostra cavalla rischia di perdere uno zoccolo, guardate qui» disse alzando una zampa posteriore dell'animale.

Indispettita Milady si chinò mettendo in mostra ben più di quanto sarebbe stato lecito slacciando distrattamente il fiocco che chiudeva il vestito sullo scollo.
Leopoldo si rialzò di scatto «Dovrò dargli una bella botta per piantarlo bene fino in fondo. La cosa migliore sarebbe tirarlo fuori e poi rimetterlo dentro con un colpo, sentirebbe meno male, ma ci vorrebbe qualcuno per tenerla ferma.».

«Sì… un colpo secco… tutto dentro… ma non vedo perché qualcuno mi dovrebbe tenere…» sospirò Clarette.

«Beh, vedremo domattina.».

«Domattina? Non si potrebbe infilare subito…?».

«No, vedete, essendo stanca e sentendosi toccare in certi punti potrebbe imbizzarrirsi.».

«Imbizzarrirmi? Quando ma… cioè, sì, la cavalla… però un colpo… nel senso… se mi spiegaste meglio… se mi faceste vedere intanto l'attrezzatura…».

«Credetemi, mia Signora, meglio aspettare che fare qualcosa di cui doversi pentire in seguito. Del resto, una delle nostre regole dice: "Un colpo ben assestato è sempre ben giudicato.».

«Sì, certo, ovvio, ma intanto si potrebbe…».

«Certamente, mia Signora, intanto preparerò una cena fredda, ché non è il caso di accendere un fuoco, credo che il campo di Necario sia molto vicino.».

«Niente fuoco? Ma io ho freddo! Che razza di custode siete? Volete forse trovarmi morta domattina? È vostro dovere far sì che io abbia il calore necessario per affrontare la rigidità della notte…».

A quelle parole il cavaliere scomparve nel bosco per riuscirne qualche minuto dopo imbracciando vari rami fronzuti e in una mezz'ora costruì un improvvisato capanno per la dama.

«Ecco, qua dentro sarete al riparo dal freddo, io resterò fuori a vigilare su di voi.».

"Per il gaudente Orifix, conosco decine di cavalieri che ucciderebbero per poter passare la notte con me e questo… questo mollusco, bellissimo, aitante, perfetto mollusco non mi degna di uno sguardo…".

sabato 18 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 47

Nel frattempo Necario con i suoi stavano per giungere alla fine del bosco e il capitano decise che fosse più prudente accamparsi per la notte prima di uscire allo scoperto nel tratto che li separava dalle montagne. Era sua intenzione arrivare al castello del duca Ruperto prima di lui per poterlo mettere davanti al fatto compiuto. Sapeva che questi non aveva digerito il doppio scacco subito da Thönet. Certo, non avrebbe vendicato l'offesa né reso la purezza alla bella Violet, ma un matrimonio, per quanto forzato, l'avrebbe costretta ugualmente a giacere con lui e avrebbe riunito i patrimoni delle due famiglie. Il duca non avrebbe potuto che essergliene grato. Per fare ciò, il passo attraverso le montagne era la strada migliore, sebbene più lenta, perché avrebbe permesso di tagliare di parecchie miglia il percorso, cosa che non avrebbero potuto fare il seguito di Ruperto.
Poste due sentinelle fuori del campo, dopo cena le altre guardie cominciarono a gareggiare in rime che avevano come soggetto principale Violet. Necario ascoltava divertito, gettando ogni tanto lo sguardo sulla ragazza, gustandosi la sua reazione indignata.

«Violetta fuor di stalla cavalca il suo destriero, ma quando a ser rientra cavalca lo stalliero!». Motteggiò uno.

«In mezzo ai girasoli, se dormo sto al sicuro, eppur fra tanti fiori trovò fungo ben duro!». Fece eco un altro.

«La contessina voleva un dì vedere, se quel dello stalliere oppure del cavallo era più lungo il fallo!». E un coro di risate scoppiò nel silenzio del bosco.

«La bella contessina, - ricominciò un quarto - scappata dalla stalla, allo stallier s'inchina, tastandogli una…».

«Basta! Torturatori di endecasillabi! Bestemmiatori della sintassi! Assassini della metrica! Slegatemi affinché possa tapparmi le orecchie e non sentire queste bestialità!».

«A onor del vero la dama ha ragione, branco di pervertiti che non siete altro! - disse Necario cercando di mantenere un aspetto serio nonostante l'ilarità generale - Propongo anzi che la contessina vi faccia testé una lezione di come si compone un'ode… Vi prego, mia Signora, instillate a questi ignoranti un po' di grazia… ahahahah!».

Violet lì per lì pensò che scherzasse, ancora furiosa per le composizioni che la dileggiavano, ma guardandosi intorno notò che tutti erano in silenzio e la stavano osservando, ansiosi di sentire uscire dalla sua bocca un qualche componimento poetico. Non essendo una brava improvvisatrice ma vantando un'ottima conoscenza dei classici, approfittò della sicura ignoranza della soldataglia facendo passare per versi composti sul momento un brano di un'antica poetessa coeva di Catullo, conosciuta come la Tigre di Olimpia:
«Nessun ci presentò,

chi sei ancor non so,

per certo ti bastò ben poco,

per gettare i miei sogni nel foco,

illusione creata da tua speme

realtà è che stiamo insieme,

non dirmi sai quanto resterai,

se un sol giorno la mia vita avrai,

vissuta allor mi riterrò assai,

passar quel giorno con te dolcemente,

rimarrà per sempre nella mia mente,

con te, con te, che ormai sei mio…».*

*Ovviamente il brano non è altro che un adattamento della canzone Insieme di Mina, ovvero la Tigre di Cremona, con la speranza che non abbia ad offendersene visti gli intenti per i quali l'ho un po' stravolta…

venerdì 17 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 46

Vangelis - Blade Runner (End Titles)
http://www.youtube.com/watch?v=wWuR6r1Uvxs

Thönet, mastro Berlucco e Doppeldrim, uscirono dal castello al galoppo con tre cavalli di scorta e presero la strada verso le colline. Purtroppo sperare di trovare tracce prima di qualche miglio era impossibile dopo che i vari cavalieri avevano smontato gli accampamenti per fare ritorno alle loro terre ognuno con il suo seguito. La via da seguire fu dunque scelta immaginando le intenzioni dei fuggitivi: mettere la distanza maggiore fra sé ed eventuali inseguitori e nascondersi il più facilmente possibile, specialmente di notte. Subito dopo le colline cominciava un fitto bosco con un unico sentiero, profondo una giornata a cavallo. Da lì poi avrebbero incontrato delle montagne, separate da uno stretto accesso che sfociava in una vallata interna, percorsa da un fiume.

Il cuore di Thönet impose un'andatura molto veloce, ma gli altri due considerarono silenziosamente che colline e bosco li avrebbero rallentati, altrimenti anche i cavalli di scorta non sarebbero stati sufficienti.

Il cuore guidava mentre la mente ritornava ai momenti felici passati insieme per dargli energie e speranza.
L'avrebbe ritrovata, Necario non sarebbe riuscito a spezzare quel legame che si era formato fra loro. Quando la guardava capiva subito come stava, ogni suo sorriso era un ramoscello che alimentava il fuoco che lo ardeva dall'interno. Quanto era cambiata la sua vita da quando lei si era accorta della sua esistenza, da monotona e grigia si era riempita di colori e, per quanto assurdo potesse sembrare all'inizio per un semplice stalliere, finalmente aveva trovato uno scopo. Quando il destino muove la sua ruota spesso è difficile fermarla e la loro aveva preso a girare vorticosamente. Era successo tutto così in fretta. Thönet era rimasto fulminato da quella Venere onirogenita da subito, mentre lei era scivolata lentamente dalla curiosità alle sabbie mobili dell'innamoramento. Poi il sortilegio, la fuga, l'amore di una notte e l'arresto, le umiliazioni e finalmente la possibilità di conquistare quello che sembrava un sogno proibito. Infine la vittoria nel duello, contro ogni pronostico. E ora che era sua, anzi che erano l'uno dell'altra, quel viscido traditore si frapponeva a loro per chissà quali loschi motivi. Ricatto? Vendetta? O solo per il piacere di provocare dolore? A Thönet non importava, il semplice fatto che l'avesse allontanata da lui era sufficiente per non usargli molti riguardi una volta raggiunto, Dio non volesse che l'avesse fatta soffrire anche solo un poco, allora avrebbe scordato il significato della parola pietà.

giovedì 16 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 45

Vangelis - Conquest of the Paradise - The Universe
http://www.youtube.com/watch?v=5zbQnKvwaBg

Poco prima dell'alba Clarette fu svegliata dal Custode Rastaliano intento nei suoi esercizi di meditazione mattutini. Aveva acceso quattro piccoli fuochi dentro dei piattini rotondi di bronzo e vi aveva buttato una manciata di pezzetti di una strana sostanza oleosa. Quindi, sistematosi nella posizione dell'Iris danzante, aveva cominciato ad emettere una flebile litania: «La luna all'una non è sola se il sole sale. Soltanto se il sole non sale la luna è sola.».
Clarette ricordò immediatamente una dottrina filosofica orientale basata sul dualismo Sole-Luna risalente al III secolo, attribuita a Taralluccio da Asporto, detto il Bruschetta. Appena il cavaliere, spenti i fuochi, si fu rialzato, Milady cercò di attaccare discorso: «È bello sapere che al giorno d'oggi c'è chi studia ancora desuete teorie che altrimenti verrebbero dimenticate…».

«Come dite, mia Signora?».

«Dicevo che sono rimasta colpita dal fatto che Voi conosciate l'esagonia pleonastica di Nocino da Nocera…».

«Chi…? Pleoche?».

«Ma il seguace di Taralluccio, che divulgò il pensiero del Maestro ampliandone i termini di confronto antitetici anche a Marte, Venere, Giove e Mercurio…».

«Scusate ma non vi seguo…».

«Ma cavaliere, siete voi che stavate citando quel passo del "De Orbite Simillime ad Astra Vincte"…».

«Io cosa??? Veramente stavo facendo degli esercizi verbali perché ho una leggera dislessia e quella specie di scioglilingua mi aiuta a migliorare la dizione.».

«Ah… ecco… sì… ehmmmm… come avete detto di chiamarvi, ché forse non ci siamo presentati iersera…».

«Leopoldo Guidobaldo il Savoiardo, dei duchi di Moira, conte di Darix, Primo Custode Rastaliano del Sole e della Luna in Equinozio, ai Vostri ordini, mia Signora.». Così dicendo incrociò le mani dietro la testa e fece una flessione del busto in avanti a mo' d'inchino.

"O povera me - pensò Clarette - bello come il sole, più di sei piedi di altezza e senza un filo di grasso, biondo come il grano e con gli occhi grigi, un portamento da vero cavaliere e stai a vedere che ha fatto voto di castità… ma tutti a me devono capitare?".

«Ehmmm, cavaliere, scusate, dove andate? Devo sellare ancora il cavallo! E, volevo sapere… i custodi possono prendere moglie? Aspettatemiii!».

mercoledì 15 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 44

Genesis - After the Ordeal - Selling England by the Pound
http://www.youtube.com/watch?v=7QIOpWsn8Wk

«Violet… amore… dove… dove mi trovo…? Che cosa è successo…?».
«Thönet, cioè, scusate, marchese, come Vi sentite?».

«Mastro Berlucco… perché mi dai del voi? Lo sai che per te sarò sempre Thönet… Ma, piuttosto, dimmi, come è finito lo scontro? Ricordo Lotario che mi stava cadendo addosso e poi più nulla… E Violet? Perché non è qui? Che le è successo, non mi ama più, forse?».

Berlucco, orgoglioso del suo pupillo, raccontò le ultime fasi del duello con enfasi e descrizioni mirabolanti dell'accaduto, ma quando si trattò di parlare di Violet cominciò a esprimersi con frasi smozzicate, monosillabi e divagazioni, tanto che Thönet, rizzatosi a sedere sul letto, lo fermò e quasi gridò: «Insomma, dimmi!, dov'è? sta bene?».

«Ecco, è da ieri pomeriggio che non sappiamo dove sia, è stato frugato tutto il castello inutilmente e stamani suo padre ha mandato dei cavalieri a cercarla. Voleva far organizzare le ricerche a Necario, ma è scomparso anche lui… e… anche di Milady Clarette non si hanno notizie e anzi, c'è il sospetto che fosse d'accordo col capitano, tutti sanno che è gelosa di Violet e non ci sarebbe niente di strano se…».

«Necario, quel maledetto! Clarette? No, non è possibile, non arriverebbe mai a questo, la conosco troppo bene!».

«Sì, ma vedi, è stato trovato un suo fazzoletto nel passaggio che conduce alla camera di Violet, quello che usasti tu quella sera…».

«Sicuramente ci sarà una spiegazione, so cosa prova per me e poi non si abbasserebbe mai a complottare con quel viscido di Necario. Presto, Berlucco, aiutami a rivestirmi, mi serve la mia spada… un cavallo…».

«Ma Thönet, sei ferito, non puoi cavalcare, il taglio si riaprirebbe immediatamente e non sei ancora in forze!».

«Solo l'idea che quel bastardo indugi col suo sguardo lubrico su Violet mi darà la forza. Hai visto anche tu come l'ha trattata quando ci ha riportati al castello. E non posso nemmeno abbandonare Clarette nelle mani di quei cani! Portami una fiasca della tua acqua di vita Château Bordeaux Lafitte-Pironi del '79, servirà a farmi sopportare il dolore.».

«E sia, ma permettimi di venire con te e di avvisare anche lord Doppeldrim, sono sicuro che vorrà partecipare alle ricerche anche lui.».

«Sei consapevole dei rischi a cui andiamo incontro? Bene, l'importante è fare presto, hanno già molte ore di vantaggio e anche se non credo vogliano far loro del male e meglio non rischiare.».

martedì 14 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 43

«Ormai ti conviene rimanere con me e accettare la mia offerta, nessuno crederà mai che tu sia estranea al rapimento…».
«Voi mi avete mentito! Siete un bastardo e un traditore! Io…».

Un manrovescio si abbatté sulla guancia di Milady e una goccia di sangue macchiò l'eburnea pelle di Clarette, graffiata dal sigillo di Capitano della guardia di Necario.

«Silenzio! …e non osare più darmi del bastardo, o potresti finire per generarne uno, i miei uomini non aspettano che un cenno… Tu eri una delle poche persone a sapere del passaggio segreto che porta alla camera di Violet, non vedendoti al castello cosa credi che penseranno? Senza contare il fazzoletto col tuo monogramma che vi hai "perso"…».

«Ma io non pensavo… non potevo immaginare… Quale fazzoletto? …per Ogino! Voi… Voi…».

«Io porterò Violet al duca Ruperto e a te non resterà che sposarmi per sfuggire all'infamia.».

«Tu! Brutta vipera, come hai potuto? E poi dici di amare Thönet! Liberatemi! Voglio ucciderla con le mie mani!».

«Oh, la contessina si è svegliata finalmente… Mi fa piacere che il Vostro carattere non si smentisca mai, avevo visto giusto nell'immaginarvi al mio fianco… Ma come avrete udito la vostra amica vi ha rubato il posto… ahahah!».

«Violet, devi credermi, io non c'entro, io ho solamente…».

«Zitta! Ti spellerò viva! Lasciatemi, la devo ammazzare!!!».

«Fatele tacere entrambi, sono stufo del loro gracchiare.».

«Come osate trattare in siffatto modo due nobili dame, messere?».

«E questo da dove spunta…? Un Custode Rastaliano, vedo… Non sono affari Vostri, comunque.».

«Sono sempre affari miei, quando una dama non viene rispettata. Il mio motto è "Osserva e Preserva".

«Noi invece facciamo senza, ahahah!!!» commentò sguaiatamente una delle guardie.

«E preferiamo partecipare invece di osservare!» ribadì un secondo fra le risate generali.

«Cavaliere, salvatemi!» gridò Clarette spronando il cavallo verso di lui.

«Voi due, fermatela!» ordinò Necario a due dei suoi uomini.

Il custode si frappose immediatamente fra loro e Milady, sguainando contemporaneamente due lunghi pugnali. Il combattimento fu di breve durata. Pensando di metterlo in difficoltà lo avevano attaccato da due lati diversi, ma con un lancio preciso aveva colpito al cuore il primo e poi si era lanciato addosso al secondo, gettandolo a terra e tagliandogli rapidamente la gola.

«Domattina li seguiremo e libereremo la Vostra amica, - disse guardando nella direzione verso cui erano spariti Necario e i suoi - ora il mio destriero è troppo stanco. Seppellite i cadaveri, mentre io preparo qualcosa per la cena.».

«Seppellire i cadaveri? Io? Ma siete pazzo? Io sono Clarette Phedre, Principessa del Sangue, Milady di Tushà!».

«Mi rendo conto, mia Signora, ma il mio Ordine ha per regola di non toccare uomini morti per evitare che ci si abbandoni allo sciacallaggio sui corpi, quindi, se non volete lasciar avvicinare stanotte lupi e altri predatori, farete bene a provvedere Voi stessa.».

«O povera me…».

lunedì 13 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 42

Karajan - Beethoven Symphony No. 6 In F Major 'Pastoral'
http://www.youtube.com/watch?v=HZGb-Kjy0S0


Le tribune rimasero ancora per qualche istante in silenzio, poi all'unisono scaturirono in un grido di gioia.
Copricapi e fazzoletti volarono in alto, il Conte, mastro Berlucco e lord Doppeldrim scesero rapidamente per andare a soccorrere Thönet. Kemal approfittò per provare la figura del "falco che ghermisce la giovenca al pascolo" con la cuoca. Ser Sbadiglio si riscosse dal suo naturale torpore e chiese che cosa fosse successo e il perché di tanta agitazione.

Il cadavere di Lotario fu rimosso, ma Thönet rimase immobile. Mastro Berlucco, con movimenti delicati, gli tolse l'elmo. Gli occhi del giovane erano chiusi e non dava segni di vita. Gli fu tolta anche parte dell'armatura per controllare la ferita. Il danno non era grave, non erano stati lesi organi vitali, ma il sangue perso durante il combattimento lo aveva indebolito oltre modo. Tamponata la lacerazione, fu sollevato da tre servi e portato in una delle camere del castello. Il Conte dispose che fosse curato e accudito come un figlio e consentì a Berlucco di rimanere al suo capezzale.

Nel frattempo i cavalieri che erano accorsi con il loro seguito al torneo, cominciarono a smontare gli accampamenti per fare ritorno ai loro possedimenti. Alcuni di loro sarebbero tornati nelle settimane seguenti per i festeggiamenti e il matrimonio.

Kemal ricucì la ferita e spalmò unguenti sulle molte contusioni, preparò infusi e raccomandò riposo assoluto. Stava per lasciare la camera quando Thönet aprì gli occhi e con voce flebile disse. «Violet… amore…» e ripiombò in un sonno profondo.

Berlucco e Kemal si guardarono, ponendosi silenziosamente la stessa domanda: dov'era Violet? Erano passate diverse ore dalla fine del duello, tante cose erano successe e la vita al castello era ripresa come sempre dopo che il tempo si era come cristallizzato mentre i due sfidanti combattevano. Ma Violet?

Tornando indietro col pensiero ambedue si resero conto che non era accorsa dove giaceva il suo amato, eppure nessuno ormai al castello dubitava più che i sentimenti dell'ex stalliere non fossero ricambiati. E nemmeno era mai entrata nella camera o si era affacciata per avere notizie.

Kemal, che l'aveva vista nascere, insospettito decise di indagare. Lasciò la stanza e come prima cosa andò nelle cucine, dove notoriamente venivano registrati tutti i pettegolezzi, veri o presunti, sugli abitanti del castello. Qui si intrattenne un paio d'ore con la cuoca, arrivando perfino a provare la posizione del "cinghiale e la gru, fra giunchi e bambù, nel tramonto a Corfù", che solo il venerabile Ciula Chi riuscì a portare a termine nel VII secolo.

Dopo mezza giornata di ricerche dalle cantine alle torri più alte la realtà fu sotto gli occhi di tutti: Violet era nuovamente scomparsa.

domenica 12 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 41

Richard Wagner - Siegfried funeral march (cominciare la lettura circa un minuto in ritardo)
http://www.youtube.com/watch?v=20RldhK9354

I colpi di Lotario diminuirono di frequenza, permettendo a Thönet se non di riposare quantomeno di parare con maggiore sicurezza. I due sembrarono studiarsi, consapevoli di non poter continuare ancora troppo a lungo il combattimento. Il sangue e la polvere del terreno incrostavano le armature. Il braccio sinistro del cavaliere nero sobbalzava inutilmente ad ogni suo movimento. Il giovane cercava di tamponare la ferita al fianco sinistro senza però mollare la presa sul pugnale.
Con una mossa improvvisa e inaspettata Lotario si tolse l'elmo: difficile raccontare quello che si parò davanti agli occhi di Thönet… Se già col volto coperto si immaginava senza vederlo un essere che ben poco aveva dell'umano, ora tutti ne ebbero conferma. Una lunga cicatrice sostituiva le sopracciglia, gonfia e contorta pur essendo di vecchia data. Un occhio semichiuso e gli zigomi sporgenti e spigolosi toglievano allo sguardo la naturale vitalità. Il naso stretto e affilato scendeva a indicare una nera ferita, la bocca, praticamente priva di labbra, talmente erano sottili. L'insieme appariva non solo sgraziato e asimmetrico, ma aveva qualcosa di inquietante. Si sarebbe detto possibile vederlo cambiare mentre lo si osservava, come se fosse stato plasmato dalla violenza e dalla furia bestiale che il corpo trasmetteva ai muscoli facciali.

Un unico suono simile a un conato proruppe da una gola non abituata a lunghi discorsi: «MUORI!».

Facendo alcuni passi indietro a quella vista e per la violenza della voce, Thönet incespicò sul cadavere del cavallo e vi cadde sopra di schiena. Lotario scattò in avanti caricando col peso sulla spada, ma indebolito per il molto sangue perso dalla spalla compì una traiettoria leggermente obliqua. L'arma mancò di poco il giovane incrociando il suo volto e si conficcò nella pesante sella fino a trapassarla completamente finendo nel corpo del destriero. Urlando selvaggiamente e con movimenti sgraziati ed ebbri, Lotario cercò inutilmente di liberare la lama. Agendo più d'istinto che per esperienza o calcolo, Thönet impresse tutta la forza che gli rimaneva in un movimento circolare dal basso verso l'alto. Il suo pugnale incontrò il collo dell'avversario e lo passò da parte a parte travolgendo tutto ciò che incontrava. Esofago e trachea tagliate di netto, una vertebra frantumata dall'impatto Lotario divenne improvvisamente muto e immobile, un attimo dopo il suo corpo senza vita piombava su quello di Thönet.

sabato 11 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 40

Dvorak - Symphony No. 9 "From the New World" - 4th movement
http://www.youtube.com/watch?v=Vlci-kCEaKE

Thönet si rotolò su un lato cercando nel contempo di afferrare la spada sotto di sé. La tribuna tratteneva il fiato, Lotario avanzava sempre più minaccioso con l'arma grondante sangue. Il fendente calò sul giovane mentre era ancora a terra, con la spada nel fodero. Riuscì a parare il colpo reggendola davanti a sé con ambedue le mani. Nell'impatto fra i metalli esplosero delle scintille. Un altro mezzo giro su sé stesso e Thönet riuscì a schivare il taglio della lama diretto al suo elmo. Balzato in piedi si ritrovò di fianco a Lotario. Un colpo di piatto colse alle reni il suo avversario. Questi, giratosi di scatto, cercò di colpirlo alle gambe mancando di poco il bersaglio. Thönet cercò di approfittarne affondando verso l'inguine ma un colpo alla testa dato con l'elsa lo fece nuovamente cadere a terra. La spada di Lotario, tenuta con entrambe le mani, compì un semicerchio per abbattersi sul giovane. Con un colpo di reni Thönet si lanciò di testa in avanti travolgendo con tutto il suo peso un ginocchio di Lotario facendolo piegare in due. Estratto il pugnale con la sinistra fintò il colpo di spada e lo affondò alla congiunzione del coprispalla con il pettorale. Lo stridio dei metalli cambiò in un sordo lacerarsi di carni. La mano di Lotario bloccò il polso col pugnale in una morsa inumana. Nella torsione per far mollare la presa al giovane la lama si mosse verso l'alto recidendogli un tendine. Il braccio del cavaliere si abbandonò di colpo lungo il fianco, privo di vita. Thönet indietreggiò di un passo col polso slogato. La furia amplificata dal dolore, Lotario affondò con la destra la spada nel fianco sinistro del nemico squarciando l'armatura e danneggiando la cotta di maglia. La punta della lama colpì il corpo facendo spillare un fiotto di sangue. Dalle tribune un unico gemito collettivo. Lotario si avventò su Thönet con una micidiale sequenza di colpi che il giovane parava ora con la spada ora col pugnale indietreggiando ogni volta di un passo.
Violet seguiva con gli occhi spalancati e le labbra dischiuse in un silenzioso lamento angosciato. Milady si torceva le mani, il respiro quasi bloccato. Necario, con un sorriso sempre più grottesco, approfittò per trarla a sé cingendola per un fianco facendo risalire lascivamente la mano verso un seno. Senza nemmeno girarsi Clarette gli assestò una dolorosa gomitata nelle costole.

I due sfidanti continuavano intanto il loro drammatico balletto, entrambi sanguinanti, ma con Thönet più provato fisicamente.

venerdì 10 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 39

Da questa puntata, per tutta la durata dello scontro e anche in alcune successive, ho introdotto una specie di colonna sonora, per cui prima di leggere dovreste far partire il filmato di youtube in un'altra finestra come sottofondo:

Carl Orff - Carmina Burana "Fortuna Imperatrix Mundi"
http://youtube.com/watch?v=fzSaKFSglsI


«O Siùr! Cossa ghe sta fazendo, benedeto fijòl?!» la cuoca, in piedi fra il pubblico assiepato di fronte alle tribune, si era accorta che Thönet era come imbambolato.
Il destriero di Lotario avanzava inesorabile, schizzando pietre e nere zolle d'intorno, un cupo rimbombo accompagnato dal clangore delle armi e dell'armatura ad ogni sobbalzo.

La distanza fra i due diminuiva inesorabilmente ma Thönet pareva essere in un altro luogo. Gli occhi dei presenti scorrevano veloci sui due contendenti, quasi cercando di frenare la foga dell'uno o per ridestare l'altro, ma nessuno sembrava in grado di mettersi a gridare per allarmare il giovane. Ormai rimaneva solo metà dello spazio… poi un quarto… la lancia di Lotario era ormai a pochi metri dall'elmo di Thönet… Violet trasalì e nel farlo portò la mano al cuore. Fu come se il manufatto sul petto del giovane, dentro l'armatura, prendesse fuoco. Istintivamente spostò la testa cercando di capire… Il fragore dell'impatto fu orrendo, scintille brillarono nell'aria, una parte del coprispalla volò via, deviando nel contempo la lancia. Thönet cadde al suolo, la spada, slacciatasi, sotto il suo corpo. La sua lancia finì nel costato del cavallo di Lotario facendolo scartare e quindi rovinare su un fianco. La gamba sinistra bloccata sotto il peso dell'animale, con un colpo di spada gli tagliò la gola per impedire che i sussulti dell'agonia gliela maciullassero, quindi scostò il cadavere e la estrasse. Un brivido di orrore percorse la folla quando il cavaliere immerse la mano ferrata nel fianco ferito della bestia, ne schizzò il sangue sulla lama della spada e levandola al cielo proruppe in un suono innaturale, un cupo borbottio che si sciolse in un gemito metallico come se una forza sconosciuta e oscena gli avesse strizzato gli organi interni. Alcune donne svennero, giovani cavalieri abbandonarono gli spalti e corsero verso il castello in preda a conati di vomito, serve e cameriere affezionate a Thönet proruppero in pianti e singhiozzi. Violet impallidì mentre i genitori quasi la sorreggevano, Milady emise un gemito strozzato insieme a mastro Berlucco. Al loro fianco Necario esplose in un ghigno beffardo lanciando lo sguardo verso il duca Ruperto.

L'Infamia delle Quindici Nazioni si mosse rumorosamente verso l'avversario.

giovedì 9 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 38

Nonostante le celate abbassate si indovinavano gli sguardi dei due sfidanti intenti a studiarsi occhi negli occhi.
L'araldo aveva ricordato il motivo della sfida e l'unica regola: sopravvivere.

Inutile dire che il divario di esperienza era incolmabile.

Per la violenza e la spudoratezza, le gesta di Lotario erano conosciute in ogni terra, acclamato da alcuni, temuto, più che odiato, da molti altri. La sua forza principale era il disprezzo della propria vita ancor prima di quella di coloro che uccideva. Come investito da una furia demoniaca attraversava i campi di battaglia smembrando chiunque si trovasse sul suo cammino. Chi lo aveva visto in azione invertiva i termini di un noto proverbio affermando che "La falce taglia il grano come l'Infamia delle Quindici Nazioni abbatte i nemici". L'Imperatore stesso non amava nominarlo e non osò mai pronunciare una sentenza nei suo confronti nemmeno quando intere contee si sollevarono contro di lui. Si narra che durante il trionfo dopo la Battaglia delle Tre Leghe, lo avesse apostrofato fissandolo da dentro il suo elmo vuoto: «Qualora tu decidessi per una mia condanna, finirai di pronunciare la parola 'morte' davanti al demonio in persona».

Immobile sul suo destriero, come se entrambi scaturissero dalle profondità della terra, ghiaccio saldato alla roccia, l'aria stessa intorno a lui sembrava malata e lasciava presagire che anche la Morte lo temesse.

Di fronte a lui Thönet era un fuoco, dentro l'armatura il suo corpo era calmo, i cinque sensi pervasi da Violet. Il cielo dei suoi occhi, il profumo della sua pelle che cambiava ad ogni carezza, la sua voce che cantava distratta, il disegno perfetto delle sue labbra, il loro sapore mentre le lingue fingevano di sfuggirsi…

Le trombe decretarono l'inizio del combattimento, ma la mente del giovane rievocava ancora l'inturgidirsi dei capezzoli di Violet risvegliati dal suo alito caldo, la schiena inarcata in una totale offerta di amore, mentre la terra annerita dalla cupa ombra di Lotario cominciava a sussultare percossa dai possenti zoccoli del suo cavallo lanciato all'attacco.

mercoledì 8 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 37

Finalmente arrivò il giorno della sfida. Le tribune erano gremite di cavalieri, nel palco d'onore Violet in mezzo ai genitori, poco più sotto Kemal, Berlucco, Necario e Milady. Poco distante da loro il duca Ruperto con la sua corte, pronto a festeggiare la sconfitta di Thönet.
Stendardi, bandiere e gonfaloni coloravano la scena, le trombe riecheggiavano nella vallata.

Thönet scese in campo per primo, passò sotto la tribuna e s'inchinò ai conti fissando Violet negli occhi, quindi si posizionò alla sinistra del palco.

In omaggio alla dama di cui doveva difendere l'onore indossava un'armatura azzurra con degli inserti oro, al fianco cingeva la spada leggendaria consegnatagli da Rolfraund Erik van Volksdrang, l'armiere del castello. Sotto la cotta di maglia il pegno d'amore di Violet gli infondeva coraggio. Un antico manufatto di una strana pietra opalescente su una leggera struttura di un metallo sconosciuto, con al centro un foro. Nel mettergliela al collo lo aveva baciato teneramente sulle labbra e gli aveva detto: «Questo occhio vigilerà sul tuo cuore affinché torni per battere all'unisono col mio.».

Thõnet non era mai stato superstizioso, ma a quelle parole sentì un leggero prurito e se non avesse avuto le mani impegnate a percorrere il corpo di Violet, sicuramente ne avrebbe portata una verso l'inguine.

Lo scudo, lineare nella forma, portava al centro la sezione di un cilindro con l'immagine di un pesce, completata, nel vessillo alle sue spalle, dal motto del suo casato "A pueris necandi".

Dopo qualche minuto di attesa, nel silenzio assoluto, dal lato opposto arrivò lo sfidante, Gunnar Lotario VII, Infamia delle Quindici Nazioni. Senza sfilare davanti al palco si piazzò direttamente di fronte a Thönet alla distanza regolamentare, lo stallone nero fremente sotto di lui. Insieme costituivano una vera macchina da guerra.

L'armatura, lo scudo e le stesse armi erano nere opache e sembravano inghiottire la luce del sole. I disegni sullo scudo erano contorti in modo blasfemo: avviluppati in modo innaturale due sciacalli sormontavano un teschio da cui usciva un serpente. Sotto la celata abbassata si percepiva il freddo vuoto di un corpo sorretto da un'anima venduta a divinità sconfitte e vendicative. Lo stendardo alle sue spalle recava un'unica parola senza speranza, "Nihil".

martedì 7 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 36

Anche mastro Berlucco si distinse vincendo un titolo nella specialità Doppio malto alla spina, riuscendo a bere 18 pinte direttamente dalla botte stando sdraiato su una panca.
Kemal dal canto suo disquisiva con saggi e precettori delle varie contee di questioni filosofiche e teologiche. Dal tempo della riforma del gaudente Orifix la diatriba principale era "libet quod non licet aut licet quod libet?". Nei secoli si erano formate tre scuole di pensiero: la principale, sostenuta dal noto filosofo Pirottino il Bavoso da Porcate sul Reno, sosteneva che "licet quod libet inter aliis qui libet quod licet sentiis aliquorum inter omnes pro patria morituri". I suoi detrattori sostenevano che il Bavoso non sapeva il latino e che la tesi era stata enunciata in evidente stato di alterazione alcolica e se il filosofo aveva così largo seguito era solo per l'ignoranza della gente nei riguardi dell'antica lingua e perché per sostenere quanto diceva offriva sempre da bere a tutti.

Una seconda interpretazione era quella dei territori orientali secondo cui "libet et licet in moenia tua, ignoranti proximi", essenziale nell'esposizione del dotto Sifàm-anon-Sedìc, che raccolse le sue teorie in diciotto volumi finemente illustrati, stranamente catalogati ormai fra la letteratura erotica invece che fra le teorie filosofiche.

La più recente scuola sosteneva "utcumque ponere budellum memento", tesi divulgata da Scrotino il Lanoso da Stoccolma, che però fu presto incarcerato con l'accusa di circonvenzione di minorenne e atti di libidine violenta su un cavedano.
Milady, nonostante un occhio nero rimediato nella rissa con Violet, non perdeva occasione per far toccare a Thönet un altro ricordo della discussione con la rivale, una cicatrice sul seno che assicurava essere dolorosissima. Il giovane marchese, imbarazzato, balbettava delle scuse per allontanarsi il prima possibile.

Necario, attraverso le sue guardie sguinzagliate per ogni dove, non si perdeva niente di quello che succedeva fuori e dentro il castello.

lunedì 6 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 35

Finalmente il torneo ebbe inizio. Sulla spianata davanti al castello tutto era pronto, il palco per la famiglia di Violet e per i rappresentanti delle varie casate era addossato alle mura.
La prima giornata fu interamente occupata dalla sfilata dei cavalieri. Da ogni parte dell'Impero erano accorsi per raccogliere gloria e per intessere legami politici ed economici con promesse di matrimonio e patti di ogni genere. Le spie approfittavano per ordire trame, carpire segreti e studiare le alleanze che si stringevano. L'impero era saldo, le frontiere erano sicure come da secoli non succedeva, ma i nobili non perdevano occasione per avvicinarsi al trono ed aumentare il loro potere.

La cerimonia di apertura evocò con danze e rappresentazioni la nascita e l'infanzia di Violet, terminando con la liberazione di 1969 colombe tinte di viola che, senza un apparente comando, formarono un gigantesco cuore nel cielo.

Il secondo giorno vide scendere in campo i cavalieri delle casate minori, in lizza per il titolo della specialità Lampredotto al cioccolato in salsa di maionese. Ruthenio di Kole, conte di Sterolo e Colonnata sbaragliò i rivali come nei precedenti tre tornei.

La gara di tiro dell'arco era riservata ai primi otto eliminati dalle selezioni di tiro con l'arco. Dopo un emozionante confronto prevalse lord Ushito-di-te-Stha, dei lontani territori orientali.

Non mancarono sorprese: il conte Plotterino di Epsonia fu squalificato dalla gara di Storia e simbologia degli emblemi e delle armi delle famiglie dell'impero per aver fatto uso di un composto di tapioca e salsapariglia per facilitare la memoria.

Thönet continuava gli allenamenti. Violet era tenuta lontana da lui dalle continue cerimonie, prove e ricevimenti vari.

domenica 5 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 34

I giorni successivi servirono per organizzare il torneo e accogliere i cavalieri che giungevano al castello per parteciparvi e si sistemavano con le tende fuori dalle mura con il loro seguito.
Fra i tanti convenuti vi era anche Clarette Phedre, Principessa del Sangue, Milady di Tushà, fin dalla gioventù amica di Thönet, di cui era segretamente innamorata. Suo padre era riuscito a sconfiggere gli usurpatori del marchesato di Floràns e, se non a riportare in vita il padre del giovane, se non altro a ristabilirne l'onore e a restituire il casato a chi ne aveva diritto. Clarette era arrivata al castello con l'intenzione di riprendersi l'amato bene, fidando nella sua indubitabile bellezza, nel fisico tornito che non mancava di mettere in mostra e del suo carattere allegro e sottilmente perverso che aveva fatto perdere la testa già a numerosi cavalieri.

In breve si vennero a creare delle situazioni al limite del comico: una mattina Thönet era nel cortile per allenarsi nel combattimento con la spada con un altro cavaliere. In un momento di pausa i due si stavano rinfrescando e Clarette stava sfoderando il suo classico repertorio di moine intorno a Thönet, quando Violet giunse per un rapido saluto al suo campione.

«Vedo che non avete mai nulla da fare, Milady, avete affaticato inutilmente il vostro cavallo per arrivare qua, mentre avreste potuto tranquillamente farlo anche fra una settimana… o mai…».

«Voi, piuttosto, perché non siete a rammendare il vestito di nozze? Dopo tanti anni nella cassapanca sarà tarlato…».

«Tanti anni? Se qui c'è una zitella sei tu, che hai due anni più di me!».

«Zitella io? Mi basta schioccare le dita per vedere cavalieri uccidersi per la mia mano, non ho bisogno di fingermi stregata per giacere con qualcuno…».

«Sottospecie di corpivendola vestita a festa! Ritira quello cha hai detto!».

«Gattamorta di una ninfomane!».

Dalle parole ai fatti il passo fu breve, le due presero le spade ai cavalieri e cominciarono a menarsi fendenti. Per fortuna che quelle da allenamento non hanno il filo, ma le dame finirono ugualmente per riempirsi di lividi e per strapparsi vicendevolmente le vesti. Intorno a loro si riunì un nutrito gruppo di cavalieri, servi e cameriere che le aizzavano con risate, fischi e grida varie, sottolineando sonoramente quando un brandello di tessuto esponeva zone di bianca pelle normalmente ben celate.

Thönet guardava confuso la scena incapace di reagire, non sapendo le parti di chi prendere e timoroso di ricevere qualche colpo per sbaglio.

Finalmente la stanchezza prevalse e la cuoca ebbe agio di frapporsi loro per trascinare via Milady, incitando Kemal a prendersi cura di Violet.

sabato 4 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 33

Ciò detto avanzò nel silenzio del salone e, una volta davanti a Violet la baciò sulle labbra. Quindi la prese per mano e s'inginocchiò davanti ai suoi genitori: «La mia vita è al servizio di Vostra figlia, sarò il suo campione. In cambio, la sua mano.».
Nella sala scoppiò il caos, gli amici di Thönet urlavano e cantavano la loro gioia, i pochi sostenitori di Necario e del duca Ruperto rivendicavano invece l'applicazione di antiche leggi e tradizioni cavalleresche, alcune anche decadute in base agli accordi di Norimberga.

Dopo parecchie ore di caos fu stabilito che il marchese di Floràns, alias Thönet lo stalliere, avrebbe combattuto in torneo contro il rappresentante del duca Ruperto, Gunnar Lotario VII, detto Infamia delle Quindici Nazioni, nobile decaduto per l'abominio e l'abiezione delle sue azioni, sospettato organizzatore della notte di Omne pertugio aptus est, nonché Gran Sacerdote dei Figli di Obimini.

Per una settimana i cavalieri si sarebbero sfidati nei vari giochi, dai più lunghi tipo il Célomanca, suddiviso in più giornate, al rapido e senza pietà Tua la sòra, piccola macchia di disonore di numerose casate dell'Impero. Squadre selezionate si sarebbero confrontate al Tiro della fune ricoperta di allume o al Lancio della provola troppo stagionata, che invariabilmente finiva in rissa perché i giudici rifiutavano di avvicinarsi troppo per le misurazioni.

Nell'ultima giornata, Thönet e Gunnar, si sarebbero sfidati nel duello finale, un'unica regola: sopravvivere.

venerdì 3 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 32

«La tosa non xè illibata…» così, a malincuore, stava dicendo la cuoca mentre Thönet faceva il suo ingresso nel salone.
Subito dopo il Conte chiese alla figlia la sua versione dell'accaduto e Violet rispose senza esitazione di aver avuto un convegno d'amore con lo stalliere, per sua volontà e che non le era stata usata violenza.

A tali parole si elevò un alto clamore fra i presenti, i genitori di Violet si guardarono più titubanti che sorpresi, conoscendo l'indole libera della figlia, mentre Necario cominciava a sogghignare, e ser Ruperto diveniva paonazzo fra uno sbadiglio e l'altro.

«Difenderò l'onore della contessina e della sua famiglia e, a Dio piacendo, qualora sopravviva, sarò orgoglioso di poterla sposare.».

Tutti si girarono a quelle parole chiare e decise verso chi le aveva pronunciate. Thönet, rivestito da marchese di Floràns, si stagliava sulla porta del salone lasciando tutti stupiti.

«Violet, - continuò - mia adorata, solo tu forse puoi capire che cosa mi muove in questo frangente. È bene dunque che prima di affrontare chiunque voglia offendere la tua persona, mi rivolga a questi nobili cavalieri e dame per affermare che non lo farò per uno sterile concetto astratto, ma per qualcosa che sfugge a qualsiasi legge o tradizione umana. Ormai da giorni il mio cuore ha cessato di battere per sostenere l'involucro che lo fa camminare nella sua parabola terrena. Da quando i miei occhi incrociarono i suoi, il suo sorriso e la sua voce si sono amalgamati nel mio sangue e ogni battito è un umile omaggio alla Sua persona. Ossigeno la sua presenza e le sue parole. Sterile diverrebbe la mia vita non potendola abbracciare e senza la dolcezza delle sue labbra. Solo lei stessa, quindi, o Dio, potranno impedirmi di averla al mio fianco lungo il sentiero della vita.».

giovedì 2 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 31

Ciò detto il cavaliere s'involò per le scale della torre seguito dal precettore ancora incerto su cosa stesse succedendo. Arrivarono nel cortile mentre due guardie stavano trascinando il povero Thönet verso le celle.
«Fermi! Lasciate subito quell'uomo, è il marchese di Floràns!».

Necario si girò di scatto «Come vi permettete di dare ordini?! Chi pensate di essere?».

«Sono lord Doppeldrim von Schnizburger e posso provare che quello che state incarcerando non è uno stalliere ma lord Thön, marchese di Floràns, Custode dei Sette Draghi, Lettore di Anobiia, Bargiglio di Gran Croce e Delfino dell'Imperatore!».

Necario rimase interdetto per pochi attimi, giusto il tempo per far accorrere vari inservienti, garzoni e cameriere, richiamati dal nuovo vociare. Una rapida occhiata d'intorno gli fece capire che, pur essendo disarmati, se non fosse sceso a patti col cavaliere avrebbe rischiato di uscire malconcio da uno scontro. Gli abitanti del castello infatti, erano quasi tutti amici del giovane Thönet e comunque nessuno di loro amava il capitano delle guardie, noto per la sua volgarità, insolenza e ferocia.

«Bene cavaliere… se davvero potete provarlo, certamente la situazione del nostro caro Thönet potrebbe migliorare sensibilmente… Resterebbe comunque l'affronto al duca Ruperto…».

«Controllate pure, sulla natica sinistra troverete un tatuaggio a forma di tonno con le iniziali "LT"…».

Fatta la verifica e appurata l'identità del marchese, Necario comandò che fosse slegato e che gli fosse tolto il bavaglio. Quindi ordinò di accompagnarlo alle stalle, dove alloggiava, e che fosse lasciato libero di ripulirsi e vestirsi, ma sempre sotto il controllo delle due guardie. Fatto ciò sarebbe stato condotto nel salone del castello dove si sarebbe riunito a tutti gli altri insieme a Necario stesso e al cavaliere Doppeldrim.

Mentre s'incamminavano, Kemal chiese al cavaliere: «Scusate, non ho capito bene una cosa, come fa un tonno ad essere un delfino? …cioè… nel senso…».

mercoledì 1 aprile 2009

…con una lunga veste blu, su un nero destriero, al trotto veloce in un bosco… 30

L'arrivo al castello creò un grande tumulto. Da ogni parte si accorreva nel cortile principale per salutare la contessina e sapere cos'era successo.
I genitori di Violet si fecero subito incontro al cavallo di Necario, il quale con malagrazia e ostentata soddisfazione scaricò la giovane ai loro piedi commentando ad alta voce affinché tutti sentissero: «Vi consiglio di chiuderla subito in convento, non vorrei doverla andare a ricercare in un lupanare la prossima volta… il duca Ruperto non sarà per nulla soddisfatto dell'accaduto…».

«Ma cosa dite? Vergognatevi! State parlando della mia bambina!» urlò di rimando il Conte.

«Forse prima di lasciare il castello, era una bambina, certo non adesso dopo essersi accoppiata indecentemente con uno stalliere…».

«Come osate? Vi farò arrestare… GUARDIE!…».

«FERMI! Io comando le guardie… non muoveranno un dito che io non voglia… del resto se guardate bene, Vostra figlia non ha avuto nemmeno il pudore di rivestirsi decentemente… quanto a quell'animale, pensate che l'abbiamo spogliato noi per vedere quanto fosse bello…?».

«…Padre… posso spiegare… questo… questo… il capitano Necario mente, noi…».

«Osi darmi del mentitore? Ma guardati! Gli abiti strappati nella foga bestiale dell'accoppiamento! Graffi su tutto il corpo! E se ciò non bastasse sarà sufficiente che tuo padre faccia controllare alla cuoca in che condizioni sia la tua virtù, lei sa come fare…».

«Io… ecco… Violet, entriamo dentro e raccontami tutto… E non credo sia necessario chiamare il duca Ru…».

In quel mentre il duca, tempestivamente fatto avvisare da Necario, faceva il suo ingresso nel castello.

«Signor Conte, ero sicuro che le voci che mi avevano raggiunto fossero false, a quel che posso giudicare invece il mio onore è stato realmente offeso! Yawn…».

«Ser Sba… Ruperto… non dovete badare alle apparenze, sono sicuro che ci verrà fornita una spiegazione a tutto… Vi prego scendete da cavallo e seguiteci nel salone, dove potremo affrontare la questione con calma mentre Violet si rinfresca e si cambia d'abito…».

«E sia… yawn… Vi concedo questa opportunità, ma qualora quello che ho sentito risultasse veritiero, consideratevi sfidato a duello!».

In preda all'agitazione il Conte ordinò a due cameriere di condurre Violet nella sua camera e di rifocillarla e assisterla prima di condurla nel salone. Quindi cercò di dare disposizioni perché anche Thönet fosse rivestito e nutrito, ma Necario si oppose fermamente dichiarando che lo stalliere era suo prigioniero e che fosse sbattuto nelle celle così com'era.

Da una finestra delle torre di Kemal, il cavaliere che era giunto i giorni precedenti al castello, vide tutta la scena e alla fine, trasalendo per lo stupore disse al precettore: «Ma quello è il marchese di Floràns!!!».